Il confronto tra due documenti governativi sul piano per la banda larga svela alcune differenze...

A ottobre le prime indiscrezioni. Poi la strategia del governo per sviluppare la banda larga nel nostro Paese, in netto affanno rispetto al resto dell’Europa, ha iniziato a prendere forma in un documento che è stato posto in consultazione pubblica per due mesi a partire dal 20 novembre (leggi qui i suggerimenti giunti da Ray Way e Metroweb in fase di consultazione).

Forte dell’apporto della consultazione la bozza del governo è giunta martedì 3 marzo in Consiglio dei ministri nella sua versione ufficiale consultabile sui siti di Palazzo Chigi, del ministero per lo Sviluppo economico e dell’Agenzia per il digitale.

Il piano da 6 miliardi di risorse pubbliche, a cui si aggiungeranno gli investimenti privati, consentirà di portare al 2020 almeno il 50% delle famiglie italiane a un servizio a 100 megabit/secondo (con l’85% collegabile) e il 100% al almeno a 30 megabit, così come stabilito dall’Agenda europea.

Di ufficiale però in quel documento datato 3 marzo c’è stato ben poco. Un nuovo file, datato 3 marzo ma salvato con la scritta “4 marzo”, ha sostituito il precedente limando alcuni aspetti e inserendo nuovi aspetti non secondari.

COSA NON SI PUO’ FARE

Basta scorrere velocemente l’indice delle due versioni per notare un nuovo paragrafetto dal titolo: “Vincoli comunitari. Cosa non è possibile fare”. Ecco il paragrafo inserito ex novo:
“Il quadro regolatorio definito dall’UE per iniziative come l’infrastrutturazione in banda ultralarga di questo Piano, definiscono alcuni vincoli che è bene avere presente per avere un realistico quadro della situazione nel suo complesso. All’interno di questi vincoli non è possibile: Assegnare contributi o incentivi ad un operatore senza procedura di evidenza pubblica; Definire sistemi di assegnazione di contributi che non garantiscano neutralità tecnologica e una vera apertura alla concorrenza; Ipotizzare il controllo integrale da parte di un operatore integrato su tutta la nuova rete sovvenzionata con aiuti pubblici; Non garantire ex-ante che le reti incentivate possano essere aperte e offerte in condizioni di parità di accesso a tutti gli operatori; “Non rispettare gli «Orientamenti Comunitari» per tutti gli interventi pubblici in materia di banda larga”.

PASSAGGIO A DISCREZIONE DELL’OPERATORE ALL’INGROSSO

Tra i modelli di intervento infrastrutturale è comparsa invece la possibilità “di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti” in caso il modello di business con cui viene realizzato l’intervento fosse wholesale-only. Misura che permetterebbe quindi agli operatori all’ingrosso come Metroweb di decidere discrezionalmente se permettere il passaggio sulle proprie infrastrutture.

NON VENGONO PIU’ DEFINITI GLI INCENTIVI ALLA DOMANDA

Stimati per 1,7 miliardi (“Il fabbisogno utile è stimabile nell’ordine di 1,7 miliardi di euro”, era scritto nella prima versione) gli incentivi alla domanda, perdono tale quantificazione e vengono limitati esclusivamente alla migrazione dal rame alla fibra ottica.

OLTRE I 100 MEGA

Nel capitolo “Gli strumenti del Piano”, un nuovo paragrafo indica inoltre la necessità di incrementare “le sottoscrizioni a Internet con collegamenti a più di 100 mega fino a raggiungere almeno il 50% della popolazione”. L’integrazione di questo elemento potrebbe essere interpretata come un vantaggio per chi utilizzerà la tecnologia Ftth, al momento l’unica in grado di garantire oltre 100 mega di velocità.

L’ANALISI DEL CORRIERE DELLA SERA

Che significano per le maggiori aziende del settore le integrazioni apportate? Ecco quanto scrive oggi Federico De Rosa, giornalista del Corriere della Sera: “Il senso è semplice: Telecom Italia non potrà godere di incentivi o contributi pubblici a meno che non separi la rete. Un vincolo non indifferente, oltreché spinoso come tutte le vicende che riguardano la rete di Telecom. È stato introdotta anche una clausola «wholesale only» che consente a chi realizza la rete per vendere connettività all’ingrosso «la possibilità di prevedere il rifiuto di accesso alle infrastrutture passive per proteggere gli investimenti fatti». Prerogativa di cui godrebbe per esempio Metroweb, che avrà piena discrezionalità nel concedere il passaggio sulle proprie infrastrutture (canaline, cavi), ma non Telecom poiché vende connettività sia all’ingrosso sia ai singoli clienti residenziali“.

Qui la prima versione del piano nazionale del governo

Qui la versione aggiornata

 

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