Seconda puntata degli approfondimenti di Formiche.net sui primi due anni di Papa Francesco

“Ben presto ci saremmo abituati ad aspettare che il Papa sintetizzasse con un’azione le sue parole, imprimendo così un evento nella memoria collettiva. Altrettanto velocemente, avremmo compreso che i suoi gesti, a volte sorprendenti, non sono mai fini a se stessi ma sono sempre in funzione del messaggio che Francesco vuole diffondere. Del resto, nell’era della riproducibilità illimitata di un’immagine attraverso i social network, questi gesti hanno fatto sì che quel messaggio arrivasse anche in “periferie esistenziali” altrimenti impenetrabili”. Così scriveva in un saggio pubblicato dal Centro Tocqueville Acton, un anno fa, il vicecaporedattore della Radio Vaticana, Alessandro Gisotti. E i gesti, in questo biennio di pontificato, sono stati tanti, al punto da caratterizzare uno stile a tratti dirompente.

LA PRIMA BENEDIZIONE

Già dalla prima apparizione in abito bianco alla Loggia delle Benedizioni della basilica vaticana, la sera del 13 marzo 2013, si poteva intuire la portata del cambiamento. Innanzitutto, la scelta di presentarsi con la sola talare bianca, senza mozzetta e scarpe rosse. E poi il chinare il capo per chiedere la benedizione del popolo, in silenzio. Una prima assoluta.

LA SCELTA DI SANTA MARTA

Scrive oggi Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera che “giusto due anni fa cominciava il Conclave che l’indomani, alle 18.50, avrebbe eletto l’arcivescovo di Buenos Aires. Il cardinale occupava la stanza 207, il Papa si limitò a spostarsi nella 201 e cambiò tutto. Ne sa qualcosa la guardia che pochi giorni dopo vegliava in corridoio sul sonno pontificio. Si apre la porta ed esce il Papa che vede accanto alla soglia un giovane svizzero, irrigidito sull’attenti, lo sguardo fisso davanti a sé. “Sei stato in piedi tutta la notte, figlio?”. Il ragazzo deglutisce e mormora che in effetti non proprio tutta, ha dato il cambio a un collega. Francesco annuisce, rientra in camera e ne esce con una sedia. Si narra anche di un panino con la marmellata”. Il Papa in albergo o – come dice lui – in convitto e non più nell’appartamento situato nel palazzo apostolico. Qualcuno storce il naso, ma Bergoglio è irremovibile. Non vuole isolarsi in quello che ha definito “un imbuto rovesciato”, ma condividere con gli ospiti di Santa Marta la quotidianità.

IL PELLEGRINAGGIO A LAMPEDUSA

Rumore fece poi il viaggio-lampo a Lampedusa, prima uscita “italiana” del nuovo Papa. Meta non casuale, ma una di quelle periferie esistenziali che stanno in cima ai suoi pensieri. La deposizione della corona di fiori in mare, a ricordo delle migliaia di vittime dei naufragi, la messa con l’altare a forma di barca rovesciata, la croce lignea. Nell’omelia, aveva detto: “Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo?, chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del ‘patire con’: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!”.

LA SOSTA DAVANTI AL MURO

Più che il caffè sorbito in una favela di Rio de Janeiro e la grande adunata di Copacabana, è stato il viaggio in Terrasanta a colpire per la valenza soprattutto simbolica dei gesti. Tra tutti, si ricorderà il suo raccogliersi in preghiera di fronte al muro che separa Israele dai territori sotto il controllo dell’Autorità nazionale palestinese. Un fuori programma che lasciò interdetto qualche esponente del governo di Tel Aviv. Poco prima, aveva ribadito che “la via della pace può essere seguita solo con la consapevolezza che la soluzione è quella dei due Stati in convivenza pacifica”.

LA PREGHIERA NEI GIARDINI VATICANI 

Concetti ribaditi qualche settimana più tardi, quando nei Giardini vaticani si tenne il momento di preghiera per la pace. Seduti uno vicino all’altro, Abu Mazen, Shimon Peres, Francesco e Bartolomeo.

LA LAVANDA DEI PIEDI NELLE CARCERI

Ieri il Vaticano ha fatto sapere che il prossimo 2 aprile, Giovedì santo, il Papa celebrerà la messa a Rebibbia, e lì laverà i piedi a un gruppo di giovani detenuti. Due anni fa, innovando una tradizione, scelse l’Istituto penale per minori di Casal del Marmo. Inginocchiato, Francesco lavò i piedi anche a ragazze e a non cristiani, il che diede adito a qualche interrogativo da parte di più d’un osservatore di cose di chiesa.

LE PERIFERIE ROMANE

Più volte il Papa ha detto che una tra le cose che più gli mancano rispetto a quando stava a Buenos Aires è la possibilità di uscire, di girare la città e magari di recarsi nelle zone più disagiate. Anche in questo senso va quindi letta la scelta di prediligere, nelle sue visite alle parrocchie romane, le periferie. Un esempio lampante è dato da quanto accaduto lo scorso 8 febbraio: prima di raggiungere la parrocchia di San Michele a Pietralata, ha fatto fermare la Ford Focus nel campo nomadi di Ponte Mammolo.

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