Quel 58 per cento d’italiani che, secondo un sondaggio commissionato alla Ipsos dal Corriere della Sera, “sa poco” della legge elettorale tanto voluta da Matteo Renzi quanto contrastata dalle minoranze del suo partito e dalle opposizioni dovrebbe avere deluso entrambi gli schieramenti approdati, tra minacce di scrutini segreti e di voti palesi di fiducia, nell’aula di Montecitorio.

Il duello politico accesosi a livello mediatico su questa riforma da quando il presidente del Consiglio ha voluto accelerarne il percorso alla Camera blindando il testo votato al Senato a fine gennaio, ha ridotto di un solo punto in quattro mesi, rispetto cioè ad un sondaggio analogo condotto a dicembre, il livello di quanti sanno “poco” di ciò che divide il partito del presidente del Consiglio, ma ha terremotato anche, sul versante dell’opposizione, il partito di Silvio Berlusconi. Che è passato dal voto favorevole espresso nell’aula del Senato al no ordinato al gruppo della Camera, visto che nel frattempo Renzi non ha voluto concordare con Berlusconi la scelta del nuovo presidente della Repubblica, offrendogli solo la possibilità di aggiungere i voti dei suoi a quelli della sinistra nell’elezione di Sergio Mattarella.

Il solo successo conseguito da Renzi e dagli avversari scontrandosi duramente nelle pagine dei giornali e in televisione sulla legge elettorale chiamata Italicum è di avere fatto scendere, rispetto a dicembre, dal 12 al 7 per cento la quantità di italiani che non ne hanno addirittura “mai sentito parlare”. E fatto salire dal 4 al 5 per cento gli italiani che “ne sanno molto” e conoscono la legge “nei dettagli”, che peraltro sono molto cambiati da dicembre perché solo a fine gennaio è stato approvato al Senato, come si è già detto, il testo ora all’esame della Camera, profondamente modificato rispetto a quello precedentemente licenziato dai deputati.

Tutto questo significa che l’argomento scalda i cuori più dei politici che degli elettori. Cosa, questa, che potrebbe dare ragione a Renzi e ai suoi sostenitori quando accusano gli avversari di agitarsi su un tema poco sentito dalla gente. Ma potrebbe anche dare torto allo stesso Renzi quando gli avversari replicano accusandolo di essersi impuntato su una questione d’interesse più suo che generale: suo nel senso del vantaggio che potrebbe derivargli dalla nuova legge elettorale, come capo del governo e segretario del Pd, nei rapporti con gli altri, specie in una prospettiva elettorale, grazie al vistoso premio di maggioranza riservato alla lista, e non più alla coalizione più votata. Un premio che scatterebbe in seconda battuta, cioè con il ballottaggio, se al primo turno la lista più votata dovesse fermarsi sotto la quota del 40 per cento.

Più che una vertenza di popolo, sarebbe insomma approdata una questione di palazzo nell’aula di Montecitorio, scandalosamente disertata peraltro non più tardi del 24 aprile scorso, quando il governo ha riferito sulla clamorosa vicenda del cooperatore italiano Giovanni Lo Porto, rimasto ucciso in un’operazione americana contro i terroristi che lo avevano rapito in territorio pachistano.

Al netto comunque di quel 58 per cento che “sa poco” della nuova legge elettorale, o solo che “se ne sta discutendo”, per cui non sembra gran che qualificato a pronunciarsi, quel premio di lista così caro a Renzi piace al 46 per cento del pubblico: meno della metà. Ancora di meno piacciono – 62 per cento di no e 26 per cento di sì – i capilista bloccati, cioè nominati dai partiti.

La legge, anzi la “proposta di legge”, che poi è un progetto con tanto di targa governativa, come più propriamente avrebbe dovuto essere presentato agli intervistati,  non ha alla fine riscosso più del 34 per cento dei consensi, fra un 26 per cento di giudizio “positivo” e un 8 per cento di “molto positivo”, contro un 51 per cento di no, fra un 31 per cento di giudizio negativo e un 20 di “molto negativo”. Un risultato che farà forse piacere agli avversari interni ed esterni, ma farà fare spallucce a Renzi, convinto invece, a torto o a ragione, di avere dalla sua parte la stragrande maggioranza di un paese tanto stanco di aspettare le riforme da accontentarsi di quelle che riescono comunque a tagliare il traguardo, magari anche zoppicando.

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