Matteo Renzi sembra che si diverta a farti passare, ogni volta che ti viene, la voglia di comprenderne fretta e strappi nel percorso della nuova legge elettorale, visto il troppo tempo perso sulla strada delle riforme soprattutto dalla sinistra. Che nel 2006, per esempio, si mobilitò per affondare con un referendum la riforma costituzionale faticosamente varata l’anno prima dal centrodestra guidato da Silvio Berlusconi. Una riforma anticipatrice, fra l’altro, e forse anche migliore, di quello che oggi Renzi chiama superamento del bicameralismo perfetto, e spesso paralizzante.

Già destinata ad arrivare a tappe forzate il 27 aprile nell’aula di Montecitorio, la nuova legge elettorale ha subìto nella competente commissione della Camera un trattamento un po’ da elettroshock. Ben 10 dei 23 commissari del Pd sono stati sostituiti dal loro gruppo per la loro dichiarata dissidenza. La decisione è stata presa per garantire alla legge l’approdo in assemblea nello stesso testo approvato dal Senato a fine gennaio.

Diversamente, in presenza cioè di qualche modifica in commissione, il governo avrebbe avuto troppe difficoltà a rovesciare la situazione in aula, anche ricorrendo alla cosiddetta questione di fiducia. Che avrebbe dovuto essere posta, a quel punto, su proposte di esponenti del Pd soppressive delle modifiche introdotte e volute in commissione da altri colleghi di partito. Sarebbe stato un pasticcio enorme, aggravato dai prevedibili effetti sulla campagna elettorale ormai in corso per il rinnovo, a fine maggio, di sette amministrazioni regionali e di oltre mille amministrazioni comunali.  Ma la misura adottata per cercare di rimediarvi, o di sottrarvisi, è stata forse peggiore del pasticcio temuto, almeno sul piano dell’immagine.

Un gruppo può sostituire in qualsiasi momento, per il regolamento della Camera, uno o più esponenti di una commissione. Ma sostituirne insieme dieci, quasi la metà, fra i quali l’ex segretario del partito Pier Luigi Bersani, e da parte di un gruppo il cui presidente è dimissionario proprio a causa del dissenso sulla legge elettorale, è una cosa alquanto anomala. Che espone il presidente del Consiglio ancora di più all’accusa lanciatagli non solo dagli avversari interni e dalle opposizioni, ma anche da opinionisti abitualmente distaccati come Angelo Panebianco, di avere blindato una legge confezionata come un abito su misura per lui. Una legge chiamata Italicum ma che forse l’impertinente Vanni Sartori chiamerebbe Renzellum, con la stessa immediatezza e lo stesso successo con cui nel 1993 iscrisse all’anagrafe politica con il nome di Mattarellum, tradotto in latino da quello del relatore alla Camera, Sergio Mattarella, la disciplina appena approvata per uscire dal sistema elettorale proporzionale ed entrare in quello maggioritario.

Da almeno alcune delle opposizioni si sono levati appelli proprio a Mattarella, nel frattempo salito al Quirinale, per intervenire con la sua capacità persuasiva su Renzi e moderarne la marcia, viste anche le altre urgenze che è chiamato a fronteggiare, a cominciare da quella drammatica dell’immigrazione. Ma gli spazi di manovra del presidente della Repubblica nell’uso dei regolamenti parlamentari sono obbiettivamente modesti. Più incisivo, anzi irrinunciabile, diventerebbe il suo ruolo nel caso in cui Renzi inciampasse in un incidente a scrutinio segreto sulla strada della legge elettorale e in una conseguente crisi di governo, da lui stesso minacciata. Una crisi che spetterebbe gestire appunto a Mattarella, i cui capelli – per sua consolazione – non potrebbero comunque diventare più banchi di quanto già non siano nella loro curata vaporosità.

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