Il governo, o meglio Palazzo Chigi, ha dunque deciso che è giunta l’ora di cambiare i vertici della Cassa depositi e prestiti, controllata dal ministero dell’Economia (80,1%) e partecipata dalle fondazioni bancarie con il 18,4%.

Ma l’input non è arrivato né dal ministero retto da Piercarlo Padoan né dalle fondazioni azioniste della Cdp. O almeno questo è quello che si è riusciti a comprendere, dopo gli articoli di sabato scorso che hanno dato conto della imminente sostituzione del presidente Franco Bassanini e dell’Ad, Giovanni Gorno Tempini.

Bassanini e Gorno Tempini scadono il prossimo anno, dopo l’approvazione del bilancio 2015. Ma il governo, o meglio la presidenza del Consiglio, avrebbe deciso di cambiare passo e vertici della Cdp. Perché?

Difficile rispondere con certezza a questa domanda, al momento. Zero comunicati stampa, bocche cucite, indiscrezioni non sempre convergenti.

Ciò detto, secondo la ricostruzione di Formiche.net, tre filoni potrebbero condurre ad alcune spiegazioni verosimili. Il primo filone è titolabile Sace, O Export Banca. Il governo in un primo momento aveva affidato alla società statale Sace attiva nel garantire le esportazioni delle imprese italiane anche il progetto di una banda dell’export: insomma non solo assicurare gli imprenditori italiani che esportano ma anche finanziarli come una vera e propria banca. Ma il progetto, da tempo in cantiere nella Cassa che per questo non festeggiò per la norma contenuta nel decreto Investment Compact, fu criticato da Bassanini in un’audizione parlamentare. Il progetto Export Banca è stato poi riportato nella Cdp per l’attivismo dei vertici della stessa Cassa, come hanno raccontato le cronache parlamentari. Evidentemente lo stallo del progetto non è stato troppo apprezzato alla presidenza del Consiglio, secondo alcune ricostruzioni. È proprio così?

Il secondo filone da considerare per cercare di comprendere le dinamiche governative, o meglio del premier, si potrebbe titolare Telecom. O Banda larga. L’impostazione della Cdp e, finora, anche quella del governo, di assecondare gli sforzi della Cassa attraverso Metroweb per estendere la fibra ottica nelle maggiori città, con gli operatori che ci stanno (anche con Telecom, ma con il gruppo capeggiato dall’ad Marco Patuano le intese non sono state trovate, mentre con Vodafone e Wind sì al momento), hanno fatto mugugnare l’ex monopolista, che teme una progressiva rottamazione di fatto della rete fissa in rame, con ricadute negative a livello patrimoniale. In questo quadro si inserisce una diatriba al calor bianco, anche via Twitter, che c’è stata fra il presidente Bassanini e il presidente di Telecom, Giuseppe Recchi. Tanto che alcune considerazioni del presidente di Cdp sulla valutazione contabile della rete fissa di Telecom hanno condotto la Consob ad avviare una indagine dopo una segnalazione del gruppo telefonico. Evidentemente – è l’interpretazione che circola in ambienti finanziari, questi attriti sono stati ritenuti deleteri da settori di Palazzo Chigi. Anche in questo caso la domanda è d’obbligo: è così?

Il terzo filone conduce a Ilva. Scrive oggi il Corriere Economia, dorso del lunedì del Corriere della Sera: “Gorno non voleva assolutamente finanziare l’Ilva senza garanzie per non ricalcare l’Iri”. Da qui “possono essere nate frizioni con il Tesoro”. E’ così? Cercheremo di capirlo, se ci si riesce.

Sia Repubblica prima sia poi il Corriere della Sera e altri quotidiani sabato hanno dato conto che al posto di Bassanini il governo, o meglio la presidenza del Consiglio, punta su Claudio Costamagna e al posto di Gorno Tempini su Fabio Gallia, che lascerebbe il ruolo di amministratore delegato di Bnl-Bnp Paribas.

L’operazione, evidentemente, avrà l’avallo delle fondazioni bancarie azioniste e dunque anche dell’Acri, l’associazione presieduta da Giuseppe Guzzetti. La governance della Cdp prevede un presidente espressione delle fondazioni e un amministratore delegato indicato dal Tesoro. Il governo, o meglio Palazzo Chigi, vuole rottamare un po’ pure questo assetto?

Seguiremo gli sviluppi.

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