Skip to main content

Perché Landini sbaglia sul Jobs act

Al vernissage romano della ‘’Coalizione sociale’’, Maurizio Landini, con la usuale sicumera, ha minacciato nuovamente di promuovere un referendum abrogativo del Jobs act, responsabile, a suo dire, di una grave lesione dei diritti dei lavoratori. A giocare uno brutto scherzo al leader della Fiom, più che il calendario, è stata la solita amnesia che colpisce i sopravvissuti della vecchia sinistra, anche quando “indipendente”, ogni qual volta hanno l’opportunità di ricordare le loro sconfitte storiche per non ripetere gli errori commessi.

Infatti, proprio in questi giorni, nei quali non si è ancora spenta l’eco di quelle invettive, ricorre il trentesimo anniversario del referendum sulla scala mobile (9 e 10 giugno 1985) promosso dal Pci per l’abrogazione del decreto dell’anno precedente, con il quale il Governo Craxi, d’intesa con Cisl, Uil e i socialisti della Cgil, aveva soppresso tre punti dell’indennità di contingenza (il meccanismo di rivalutazione automatica delle retribuzioni al costo della vita) prevista per l’anno in corso. E ciò nel quadro delle iniziative di contrasto di quell’infernale meccanismo che consolidava l’inflazione, allora a due cifre, anziché  tutelare il potere d’acquisto dei salari. La fase acuta durò dal 14 febbraio, quando venne emanato il decreto, al maggio del 1984 quando il provvedimento, dopo un durissimo boicottaggio parlamentare, fu convertito sfidando gli scioperi e le manifestazioni di piazza.

Per la cronaca è il caso di ricordare che non solo i parlamentari del Pci, ma anche quelli della Sinistra indipendente, composta anche da “autorevoli” economisti, intervennero nella discussione con rocambolesche argomentazioni. Bisognerebbe rileggere oggi quelle dichiarazioni ed esibirle ai loro autori, successivamente divenuti esponenti delle Istituzioni, ministri, praticanti di cultura liberale. Dopo una breve fase di tregua apparente e la morte di Berlinguer, avvenuta a Padova nel corso della campagna per le elezioni europee (un successo per i comunisti che ottennero il 33% dei suffragi), il Pci ritenne di onorarne la memoria raccogliendo le firme per un referendum abrogativo. Venne riattivata così la logica dello scontro frontale tra i due schieramenti che già si erano fronteggiati nel 1984.

La domanda referendaria fu particolarmente insidiosa perché chiedeva agli elettori se volessero oltre trecentomila lire aggiuntive in busta paga. Il Presidente del Consiglio Craxi ebbe il coraggio di collegare al risultato la sopravvivenza stessa del Governo e, contro ogni aspettativa, vinsero nettamente i no confermando ancora una volta la realtà di un paese migliore rispetto a quello immaginato da coloro che sono così certi di saperlo interpretare. Con quel voto la sinistra perdeva definitivamente il potere di veto sulle politiche del lavoro. Meditino quindi coloro che pensano oggi di riproporre una stagione conflittuale su una riforma del lavoro che ci avvicina soltanto alla regolazione degli altri Paesi europei. Meditino, perché la storia potrebbe ripetersi.

CONDIVIDI SU:

Gallerie fotografiche correlate

×

Iscriviti alla newsletter