Conversazione di Formiche.net con il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, ora membro del consiglio direttivo dell'Istituto Affari Internazionali, che commenta le voci sulla volontà del Pentagono di trasferire in altri Paesi la base Muos, poi smentite dall'ambasciata Usa...

Dopo la partita tutta economica per rimodellare l’Europa a immagine tedesca, il governo di Matteo Renzi rischia di impattare un match ben più rilevante per il posizionamento strategico dell’Italia: quello della sicurezza mediterranea e delle relazioni transatlantiche. Temi apparentemente distanti, ma che convergono nel Muos (Mobile User Objective System) della Marina militare in costruzione a Niscemi, in Sicilia, che potrebbe però traslocare altrove per effetto dei tanti bastoni fra le ruote posti nel nostro Paese.

LA GUERRA AL TERRORE

Da tempo gli Stati Uniti chiedono un maggiore impegno agli alleati del Vecchio Continente nella guerra al terrore, spronandoli a mettere a disposizione della causa intelligence, mezzi militari (anche droni) e armi. Nella lotta ai drappi neri, dopo l’ultima ondata di attacchi Washington teme infatti di essere in forte ritardo. Un contributo fondamentale potrebbe arrivare proprio dal Muos, un programma di comunicazione satellitare a banda stretta di nuova generazione del Dipartimento della Difesa per sostenere le operazioni militari Usa e Nato in tutto il mondo, fondamentale secondo gli esperti per sedare i fermenti jihadisti che spaziano ormai dal Medio Oriente al Nord Africa e che rischiano in breve tempo di portare al collasso anche Tunisi e forse la Libia. Un’opera strategica per l’Alleanza Atlantica, che è solo una parte di una costellazione di quattro satelliti operativi, di cui due negli Stati Uniti e uno in Australia, che consentiranno di rivoluzionare le comunicazioni militari e coprire l’intero pianeta. L’unico bloccato è proprio quello in Italia.

POCO TEMPO

“Quanto sia acuto il senso di urgenza – scrive oggi Giuseppe Sarcina sul Corriere della Sera – è apparso chiaro nei giorni scorsi, quando si è diffusa la voce che il Pentagono potrebbe trasferire altrove la base Muos”.
L’attuale collocazione venne stabilita nel 2011. Tuttavia i lavori, ormai quasi terminati, hanno subito numerosi stop a causa di timori – poi fugati – di presunti effetti negativi dell’impianto su ambiente e salute. L’ultimo paletto in ordine di tempo è giunto il 13 febbraio scorso, quando il Tar ha obbligato i lavori a fermarsi, venendo incontro al ricorso del movimento antagonista. Proprio in questo momento il Consiglio di Giustizia amministrativa per la Regione siciliana sta esaminando l’appello di Via XX Settembre, che dovrebbe terminare a settembre. “In caso di un «no» definitivo – spiega il Corriere della Sera – Washington punterà su tre opzioni: Tunisia innanzitutto, poi Grecia o Spagna”.

COSA DICE L’AMBASCIATA USA

L’ambasciata americana ha smentito stamattina ogni ipotesi di questo tipo: “Il governo statunitense – spiega – non intende trasferire altrove il sito di comunicazione satellitare. Data l’importanza del Muos per la sicurezza dei nostri Paesi, abbiamo fiducia che il contenzioso sul processo di concessione dei permessi sia risolto al più presto. Ci auguriamo – aggiunge – che il Muos sia operativo tra qualche mese, al termine dei collaudi e del lancio del quarto satellite”.

L’ANALISI DI ARPINO

Se davvero dovesse accadere quanto scritto dal Corsera – commenta a Formiche.net il generale Mario Arpino, già capo di Stato maggiore della Difesa, oggi membro del consiglio direttivo dell’Istituto Affari Internazionali – ciò costituirebbe “un gravissimo danno d’immagine e un crollo verticale di credibilità per il nostro Paese”, proprio in un momento in cui Roma “proclama ai quattro venti la propria collaborazione internazionale nel contrasto al terrorismo”. Dopo molti casi in cui l’intelligence americana e quella italiana si sono trovate ai ferri corti, dal caso Abu Omar a quello di Nicola Calipari, sottolinea l’ex militare, questo potrebbe screditare ancora di più la Penisola e costituire il colpo finale. “Le vicende passate hanno contribuito in modo non rilevante a tagliare il nostro Paese fuori da alcune informazioni. D’altronde quello dei Servizi è un mondo di scambio”. Per questo, rimarca Arpino, “tradire nuovamente la fiducia alleata nel caso di un’infrastruttura come questa, a servizio della Nato, potrebbe costarci caro”, anche sul piano della sicurezza. “Sbandieriamo spesso il nostro interesse per il Mediterraneo, ma questo immobilismo sul Muos va palesemente in direzione opposta”.

SALVARE LA CREDIBILITÀ

Tuttavia, la posta in gioco per il generale non è solo militare: “Ad essere in gioco è anche la nostra reputazione come Paese in senso globale. Che messaggio lanciamo se dimostriamo che in Italia basta l’iniziativa di un qualsiasi magistrato per superare un accordo fra Stati? Auspico che quanto prima si possa stabilire che alcune competenze, come quelle che ricadono nella sicurezza nazionale, non siano esposte ai venti dei localismi, ma possano essere ad esclusivo appannaggio dei più alti livelli di governo, come del resto accade in tutto il mondo”.

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