Daniele Capezzone, esponente di spicco dei Conservatori e Riformisti capeggiati da Fitto, parla della sua esperienza di presidente della Commissione Finanze della Camera e non solo...

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class editori pubblichiamo l’intervista di Goffredo Pistelli apparsa giorni fa su Italia Oggi, il quotidiano diretto da Pierluigi Magnaschi

Daniele Capezzone saluta la presidenza della commissione Finanze della Camera. La maggioranza ha deciso che quella poltrona, spesso importante, non potesse toccare a un piccolo partito dell’opposizione, i Conservatori e riformisti, cui l’ex-radicale ha aderito, dopo aver lasciato Forza Italia con Raffaele Fitto e altri.

Così al suo posto, nei giorni scorsi, è arrivato Maurizio Bernardo, Ncd.

Capezzone le è dispiaciuto, dica la verità.

Per prima cosa formulo gli auguri di buon lavoro al mio successore.

Elegante, certo. Però non le ha fatto piacere.

Senta, piacere o meno, io rivendico alcuni risultati utili e positivi, uno dei quali, per fortuna, perfezionato.

E l’altro?

L’altro, mi spiace dirlo, sciupato dal governo.

Cominciamo dal primo.

Il primo è un primo passo di civiltà che non ho timore a definire storico: la riforma di Equitalia, per la prima volta dalla parte del contribuente.

Ricordiamo perché.

Perché, superando numerosi ostacoli, abbiamo fatto quello che governi di centrodestra e centrosinistra non erano riusciti a fare prima, ossia stabilire la impignorabilità della prima casa, della seconda, se non per debiti enormi e dei mezzi dell’azienda.

Quest’ultima possibilità davvero singolare.

Sì perché a un artigiano o a un professionista indebitati, si arrivava a pignorare i mezzi di produzione del reddito, e così non pagava più.

Ma proceda pure.

Poi siamo riusciti ad aumentare, raddoppiare, la possibilità di rateizzare il debito e, in caso di difficoltà, sospendere i pagamenti per otto rate, senza perdere il beneficio del pagamento rateale. Insomma, dopo anni, ce l’abbiamo fatta: lo racconterò ai mie nipoti. Si è cominciato a rispettare il cittadino che vuol pagare le tasse ma che, per qualche difficoltà sopraggiunta, si trova a non poterlo fare.

Cosa resta di incompiuto?

La delega fiscale, un grande successo, su cui s’è registrata, in otto mesi di lavoro, un’ampia convergenza in Parlamento. Tutto vanificato

Perché e da chi?

Da questo governo che, in 16 mesi, avrà sì e no provveduto a licenziare il 30% appena dei decreti delegati. Fra le cose inattuate c’è, per esempio, il nuovo fisco per le piccole imprese.

Colpa di Matteo Renzi, quindi.

E di chi se no? Sa che oggi va di moda lo storytelling? Nella sua traduzione italiana si chiama «supercazzola».

Quella che recitava un indimenticato Ugo Tognazzi, il conte Lello Mascetti di Amici Miei.

Esatto. Lo storytelling governativo dice che l’esecutivo lavoro e le Camere frenano. Questa storia dimostra il contrario. Anzi, quello che urla di fare presto, il premier cioè, è il capo dei fannulloni. E dire che s’è l’era trovata già belle e pronta, la delega fiscale, su un vassoio d’argento: Renzi giurava che noi avevamo da poco approvato.

E in 16 mesi non è riuscito a dare le gambe alla delega.

Non solo, c’ha messo 16 minuti per cacciare il sottoscritto, che a questa delega aveva lavorato, e parecchio, anche come estensore. Renzi ha preferito fare il Mino Raiola.

Prego?

Sì, l’agente di tanti calciatori.

Il procuratore, un po’ caciarone, di certi campioni? Vuol dire che la sua poltrona è andata all’alfaniano Bernardo…

Alt. Io ha al mio successore faccio solo gli auguri

Senta. Renzi ora ha annunciato un piano da 50 miliardi di tagli alle tasse. A lei, conservatore e riformista non va bene? Non voleva tagliare una cifra analoga anche lei?

C’è una bella differenze. Ma mi lasci spiegare bene.

Avanti.

Con Fitto siamo nettamente all’opposizione e critichiamo il governo non perché faccia, ma perché fa troppo poco. Temo che questo piano fiscale sia una boutade estiva per non parlare di Grecia e di immigrazione.

Anche lei fa il processo alle intenzioni?

A volerlo prenedere sul serio questo è un piano «piano-piano», nel senso di lentezza.

Vale a dire?

Glielo spiego. Nel primo anno, via l’Imu sulla prima casa, ossia fra i tre e cinque miliardi di taglio, ammesso che, per finanziarlo, non si aumentino le tasse sulle seconde case. Poi, arriverà l’Ires e l’Irap, quindi, al terzo anno, le aliquote Irpef. Ma qui andiamo alle calende greche.

Invece, cosa ci vorrebbe?

Quello che abbiamo chiamato lo shock fiscale: un taglio di 40 miliardi, da farsi in 13 mesi, a fronte di un corrispettivo taglio di spesa pubblica.

Un annuncio anche il suo.

Un momento, noi questo piano l’abbiamo presentato con Fitto, predispondendo numerosi emendamenti all’ultima legge di stabilità.

Respinti dal governo, immagino.

Certo, ma la commissione bilancio li aveva ammessi, segno che le coperture c’erano.

Ecco, spieghi come avreste fatto.

Avremmo tolto l’Imu, l’Irap, ridotto di quattro punti l’Ires e di due l’Iva, razionalizzando gli acquisti di beni e servizi della degli enti pubblici, tagliando il pozzo senza fondo della Regioni e delle municipalizzate, e adottando immediatamente i costi standard. Così, l’anno successivo, saremmo cresciuti, non di zero virgola, come prevede l’esecutivo, ma di due virgola.

Renzi sbaglia la medicina.

Cura il malato grave con l’aspirina. Finirà per ammazzarlo.

La vostra è una cura da cavallo.

Di vitamine e proteine.

Perché Renzi non la adotta?

Si lamenta delle clausole di salvaguardia, perché gli mancano una quindicina di miliardi. La colpa è delle sue regalie elettoralistiche, quelle degli 80 euro, andate alla base del centrosinistra. E Renzi, poi, non sfrutta un momento magico.

Le condizioni internazionali, dice?

Certo, euro basso, petrolio, basso, quantitative easing della Bce: un’onda che sta perdendo.

E perché non attua la delega fiscale?

Predilige slide e conferenze. E poi, anche lui, rientra nel profilo dei tassatori. Ricorda come li definiva Ronald Reagan?

No, mi aiuti.

Quelli del «se qualcosa si muove tassalo, se si muove ancora regolamentalo, se non si muove più sussidialo».

Carino. Ma questo ritardo nella decretazione ha caratterizzato anche gli esecutivi precedenti, siamo onesti.

È anche un problema dei ministri, se c’è una politica forte, i ministeri lavorano. Se i titolari delle deleghe preferiscono le dichiarazioni…

Pier Carlo Padoan non è di quelli che appaiono tutte le sere in tv.

Non veniva molte neppure in commissione: io l’ho visto appena insediato, quando ci ringraziò della delega fiscale, poi è sparito.

Senta, ma in commissione, in questi due anni, avrà scoperto alleati e frenatori inaspettati. Faccia qualche nome.

Il frenatore è stato il governo, glielo ho detto. Fra le forze parlamentari, anche quando c’è stato dissenso, è c’è stato, si è trattato di un confronto trasparente e corretto.

Un avversario che l’ha sorpresa positivamente?

Il capogruppo Pd, Marco Causi che, in occasione della mia sostituzione, ha avuto parole di grande stima. Ma anche coi colleghi del M5s, pur nella diversità di opinioni, è stato piacevole lavorare.

Capezzone, torni a fare l’antipatico come molti dicevano che fosse: qualcuno dei suoi che l’abbia delusa, c’è stato?

Invecchiando ci riesco meno. La delusione grossa, glielo ho detto, è stata questo governo, peraltro in continuità con quelli precedenti, anche guidati da Silvio Berlusconi. Nessuno che abbia voluto curare i tre cancri di questa Italia: tasse, spesa, debito.

Voi lo fareste? Perché con Fitto, anziché girarci intorno, non proponete di abolirle le Regioni?

In quegli emendamenti c’era una stretta forte alla spesa regionale e poi le ricordo che Fitto, quando concluse la sua legislatura da governatore, in Puglia, aveva azzerato le addizionali regionali e varato una riforma sanitaria importante.D. I suoi ex-amici di Forza Italia, invece, vi seguirebbero su questo terreno?

Ah, faccio loro molti auguri. In particolare a Renato Brunetta, tutto preso da Aleksis Tsipras. Anzi ormai potremmo chiamarlo Brunettakis.

Ora mi torna un po’ antipatico! Ma con questi Conservatori e riformisti, a che cosa puntate, realisticamente?

Abbiamo un raccordo strutturale coi conservatori britannici, di cui abbiamo adottato il nome e uno dei loghi, quello del leone. Fitto e un altro collega, a Strasburgo, è entrato nel gruppo. Mi auguro, un giorno, di poter fare quello che David Cameron ha fatto in Gran Bretagna.

Vale a dire?

Tagliare le tasse e la spesa pubblica e, così facendo, arrivare a creare mille posti di lavoro al giorno. Lo sa che la Gran Bretagna ne ha creati, in cinque anni, più di quanto abbiamo fatto tutti gli altri Paesi europei messi assieme?

Infatti ha vinto le elezioni. Voi?

Noi speriamo di arrivare a primarie di centrodestra, in cui il mio amico Fitto possa candidarsi. In Italia c’è bisogno di una ricetta tatcheriana. Quella che anche Berlusconi, quando era al governo, ha dimenticato.

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