Oggi alle ore 9 il Papa partirà per l’America meridionale, terzo viaggio internazionale di questo 2015. Non sarà l’ultimo: già fissato il programma per quello di settembre a Cuba e negli Stati Uniti e in fieri la definizione delle tappe della visita in Africa a novembre.

PRIMA TAPPA: ECUADOR

Francesco atterrerà in Ecuador, prima meta del suo ritorno nel continente sudamericano dopo la Giornata mondiale della gioventù di Rio de Janeiro, nel 2013. L’agenda è fitta di impegni: lunedì sarà a Guayaquil per la messa al Santuario della divina misericordia; nel pomeriggio ritorno a Quito per i colloqui istituzionali con il capo dello Stato. Il giorno successivo si terrà l’incontro con i vescovi locali e si celebrerà la messa nel grande Parco del Bicentenario. Nel pomeriggio, dialogo con il mondo della scuola e la società civile. Mercoledì, la visita alle missionarie della carità e l’incontro con il clero.

IL RUOLO DELLA CHIESA NELLA SOCIETA’

Il viaggio in Ecuador assume una valenza particolare anche alla luce di quanto spiegato dal cardinale segretario di stato, Pietro Parolin, in un’intervista al Centro Televisivo Vaticano successivamente ripresa per ampi stralci dall’Osservatore Romano. Riferendosi alla lotta contro le colonizzazioni ideologiche che cercano di imporsi prima di tutto “sul fronte della famiglia e della vita”, il porporato ha ricordato che nel 2014 i vescovi locali hanno pubblicato una lettera pastorale in cui è stato “rilanciato il ruolo della Chiesa nella società, cercando di definir cosa si intende per una sana laicità”. Una Chiesa che, infatti, “chiede solo la possibilità di esercitare la propria missione di contribuire al dibattito democratico, alla promozione di ogni persona umana e soprattutto dei gruppi più vulnerabili”.

“NON PRETENDIAMO PRIVILEGI”

Concetti del tutto simili a quelli espressi, su Avvenire, dal segretario per i Rapporti con gli stati, mons. Paul Richard Gallagher. Rispondendo a una domanda di Stefania Falasca sulle frizioni che spesso, in America latina, si sono registrate tra i governi e le conferenze episcopali, il presule ha ribadito che “la Chiesa non pretende privilegi, ma chiede di poter svolgere liberamente la sua missione, specialmente in paesi a grande maggioranza cattolici, dei quali ha contribuito in modo determinante a costruire l’identità e dove continua a dare un significativo apporto alla vita sociale”.

LE COMUNI ISTANZE CON EVO MORALES

Dopo l’Ecuador, sarà la volta della Bolivia, paese governato da quell’Evo Morales i cui rapporti con il Papa – come evidenziato dall’intervistatrice del Ctv – sono più che buoni, soprattutto per quanto riguarda la comune battaglia in favore dei poveri, contro lo sfruttamento da parte del mondo della finanza e per la tutela ambientale. Parolin, ricordando che Francesco ha già detto molto su tali questioni, ha sottolineato come il Pontefice più volte abbia richiamato la necessità di guardare “con rispetto” alla “identità culturale di ogni Paese, contro la tendenza della globalizzazione a uniformare tutto”, evitando al contempo che “i rapporti sociali siano commercializzati, economicizzati, ma che rimangano con la loro caratteristica di ricchezza di ogni partecipante”.

IL PROGRAMMA DELLA VISITA IN BOLIVIA

In Bolivia, Francesco trascorrerà poco più di due giorni. Arriverà a La Paz mercoledì prossimo, quando incontrerà Morales prima e i vescovi riuniti in cattedrale successivamente. Il giorno dopo si recherà a Santa Cruz de la Serra, dove celebrerà la messa nella piazza del Cristo Redentore, incontrerà il clero locale e parteciperà al secondo incontro mondiale dei movimenti popolari. Venerdì, prima della partenza alla volta del Paraguay, visiterà il carcere di Palmasola e dialogherà con i vescovi boliviani.

LE POLEMICHE IN PARAGUAY

Infine, toccherà al Paraguay. Una visita preceduta già da qualche polemica, visto che alcune organizzazioni della società civile hanno accusato il governo locale di voler sfruttare l’arrivo del Papa per proiettare una immagine artificiale, “idilliaca”, del paese. Mons. Gallagher, pur riconoscendo il rischio di strumentalizzazioni, spiega che Francesco “non mancherà di visitare reale sociali molto vulnerabili, come l’agglomerato di Banado Norte, dove molto, in termini sociali e di assistenza, resta ancora da fare. Nello stesso tempo – avverte – non bisogna dimenticare quanto è stato compiuto, e il fatto che esistono in Paraguay belle realtà di assistenza e solidarietà che testimoniano la volontà del paese di crescere e di proseguire sulla via dello sviluppo”.

LA BARACCOPOLI DI BANADO NORTE E L’INCONTRO CON I GIOVANI

Venerdì 10 luglio il Papa atterrerà ad Asuncion nel primo pomeriggio. Dopo il colloquio istituzionale con il presidente della Repubblica, la prima uscita pubblica si terrà solamente l’indomani, quando Francesco visiterà un ospedale psichiatrico, celebrerà la messa nel Santuario di Caacupé, incontrerà la società civile e presiederà i vespri con il clero locale. Domenica, in agenda c’è la visita alla baraccopoli del Banado Norte, la messa nel campo grande di Nu Guazù, l’incontro con i vescovi e con i giovani, sul lungofiume Costanera. Sarà questo l’ultimo “momento” latinoamericano di questo viaggio, il rientro a Roma è previsto il 13 luglio alle ore 13.45.

“ALLA RICERCA DI UNA VIA PROPRIA ALLA DEMOCRAZIA”

Quanto ai temi conduttori della settimana in America meridionale, è ancora il cardinale Parolin a delinearli: “Dalla salvaguardia degli splendidi paesaggi naturali dell’America latina, alla ricerca di una pace e di una giustizia sociale che siano rispettose dei diritti di tutti, soprattutto dei più poveri; dal riconoscimento della dignità di ogni persona, al rispetto” – come già evidenziato prima –  “dell’identità culturale di ogni paese contro la tendenza della globalizzazione a uniformare tutto”. Fondamentale, a giudizio del segretario di stato, tenere a mente che Bergoglio si recherà in un continente che è a tutti gli effetti “un laboratorio dove si stanno sperimentando nuovi modelli di partecipazione e forme più rappresentative per dare voce a fasce di popolazione che finora non erano state sufficientemente ascoltate”. Si tratta, in poche parole, “della ricerca di una via propria alla democrazia, che tenga conto delle peculiarità di quei paesi”.

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