Il giudice emerito della Consulta interviene al Meeting di Cl insieme all'attuale vicepresidente Cartabia. E rilancia la sua battaglia di trasparenza, svelando anche qualche retroscena...

Reduce dall’attacco sferratogli da Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano dopo il suo editoriale di lunedì sul Corriere della Sera, il giudice emerito della Corte costituzionale Sabino Cassese si presenta al Meeting di Rimini senza lasciarsi trascinare nella polemica. Poco dopo l’intervento di Matteo Renzi davanti a migliaia di persone, l’80enne giurista si accomoda in una sala a pochi metri di distanza per rispondere alla domanda: “Cosa significa fare il giudice della Corte costituzionale?”. Con lui la vicepresidente della Consulta, Marta Cartabia, vicina a Cl, con il giurista ebreo nonché presidente dell’European University Institute (Eui), Joseph Weiler, nei panni del moderatore.

LE “CONFESSIONI” DI CARTABIA

Tocca a Cartabia, che a Rimini gioca in casa, rompere il ghiaccio raccontando di come Giorgio Napolitano l’abbia scelta per la Corte costituzionale nel settembre 2011 “proprio una settimana dopo essere venuto al Meeting”. La sua nomina, come le spiegò lo stesso ex Capo dello Stato, è stata quindi dovuta a “un insieme di fattori: il curriculum, il fatto di essere donna e un’identità abbastanza chiara” dato che Napolitano voleva “che fossero rappresentate tutte le anime della società”. Rispetto al delicato tema del rapporto con la politica e di come un giudice costituzionale si ponga davanti a una decisione, la vicepresidente della Consulta sottolinea un aspetto: “L’intera personalità del giudice, comprese la sua cultura e il sentire della sua persona, giocano un ruolo importante nelle decisioni, pur non forzando la norma giuridica”. L’importante è seguire il filo conduttore della “prudenza” che è il vero “antidoto alla parzialità” a differenza del “freddo distacco”.

CASSESE RIVENDICA TRASPARENZA

Nel suo intervento Cassese torna su un punto: la necessità di introdurre la trasparenza in merito alla dissenting opinion, ossia l’opinione dissenziente della minoranza dei giudici della Corte costituzionale rispetto alla decisione presa a maggioranza. Ricordando di essere diventato giudice costituzionale “per volontà di una persona a cui non potevo dire di no come Carlo Azeglio Ciampi”, Cassese ritiene che quella italiana sia “una delle migliori Corti al mondo, derivando la sua legittimazione da organi differenti e con diversi requisiti”. Quanto al ritardo di Camera e Senato nell’eleggere i componenti di sua competenza, il giudice emerito non usa mezzi termini bollando questo atteggiamento come “un suicidio da parte del Parlamento”.
“Il voto dei giudici non è trasparente. Questo è un capitolo molto difficile per me, mi tocca il cuore”, ammette, ricordando come “all’interno della Consulta italiana se n’è discusso tre volte, l’ultima eravamo in 4 a essere favorevoli. Si può sperare che fra 30 anni si raggiunga la maggioranza”.

“Se non sono libero di esprimere la mia opinione fuori dalla Corte – incalza – rischio di diventare un carcerato rispetto alla libertà di manifestazione del pensiero”. Gli applausi si sprecano, Cassese rincara: “Garantire la pubblicità dell’opinione dissenziente serve anche a spiegare meglio le decisioni della Corte, anche perché la dissenting opinion di oggi spesso diviene la maggioranza di domani”. Il dissenso, aggiunge, “in camera di consiglio c’è, il problema è che non è trasparente”. E questo “non per mettere in piazza i conflitti della Consulta, ma per favorire la comprensione, ben sapendo che i giudici costituzionali hanno passionicontrollate dalla ragione, e se riescono a spiegare le loro posizioni in pubblico arricchiscono il dibattito”.

LE OPINIONI CAMBIANO

Cassese non si sottrae infine dallo svelare alcuni retroscena interni al massimo organo costituzionale della Repubblica. Come quello secondo cui “nel 20% delle decisioni che ho preso alla Corte, sono entrato con un’opinione in camera di consiglio e sono uscito con un’altra opinione, diversa dalla prima”. E questo perché “la Corte è un luogo dove si forma l’opinione, il che comporta non essere schierati”. Nei suoi anni da giudice costituzionale, il giurista ha sofferto “la debolezza, più volte percepita, di non avere capacità oratorie da avvocato per convincere altri della bontà delle mie opinioni”. Per quanto riguarda invece il rapporto con la politica, il membro emerito della Consulta spiazza un po’ tutti sostenendo come “il giudice di ogni ordine e grado faccia politica perché giudica la legge, che è l’espressione massima della politica. Ma – precisa – fa una politica diversa da quella dei partiti e dei piccoli passi di tutti i giorni”. Quindi la chiosa: “Nella politica fatta dai giudici costituzionali c’è il dibattimento e c’è la motivazione, ecco ancora una volta perché sarebbe importante la dissenting opinion”.

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