Seconda parte dell’analisi di Oscar Giannino; la prima parte si può leggere qui

Qual è l’alternativa a questo regime di pazzesca discrezionalità difeso con le unghie proprio dai sindacati che gridano ogni giorno per la mancata trasparenza delle imprese e della pubblica amministrazione? Francamente, ci siamo stufati di aspettare il giorno in cui verrà una legge nazionale dedicata ai doveri sindacali. Quel giorno non ci sarà, perché nessuno a destra né a sinistra – neanche Renzi, al quale va però riconosciuto il merito di aver dimezzato i distacchi sindacali con il decreto PA dello scorso anno – avrà la voglia di beccarsi la protesta che verrebbe scatenata da decine di migliaia di professionisti dell’agitazione. Ripetiamo: dell’agitazione, non della contrattazione.

Ergo, adottiamo almeno il modello britannico. Nel Regno Unito un organo pubblico, il Government Certification Officer, ha il compito di tenere ufficialmente gli elenchi degli iscritti a sindacati e associazioni datoriali, assicurarsi che non agiscano in frode né l’uno verso l’altro né all’interno della loro stessa organizzazione rispetto ai loro iscritti, e infine di esercitare il diritto di accesso ai loro bilanci e conti patrimoniali. Annualmente, grazie al Certification Officer, i lavoratori e i cittadini britannici sanno tutto delle retribuzioni di centinaia di sindacalisti, territoriali e nazionali, di ogni categoria e incarico. Attualmente, alcune decine stanno poco sotto o poco sopra le 100mila sterline annue lorde, la media sta sui 45 mila, moltissimi sotto. Oltre ai compensi sindacali, il Certification Officer ha diritto di conoscere anche bonus e benefit, comprese le macchine di servizio con autista. E come si vede dalla reazione dei media ai dati annuali, l’intero paese ha così elementi per conoscere direttamente i dati e farsi le sue idee, su come e quanto le Trade Unions paghino i propri dirigenti. Fate il paragone con l’Italia, giudicate voi cosa sia meglio.

(tratto da Leoni Blog)

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