Prima che toccasse al premier Matteo Renzi arringare la folla del Meeting, a scaldare i ciellini presenti a Rimini nella mattinata di oggi ci ha pensato Luigi Berlinguer. Nonostante i suoi 83 anni, l’ex ministro dell’Istruzione e padre della riforma sulla parità scolastica del 2000 ha sfoderato una verve che raramente si vede sul palco della Fiera, conquistandosi diversi applausi che hanno ripetutamente interrotto il suo intervento.

Scuola: statale o paritaria, purché sia migliore”, questo il titolo dell’incontro che ricalca la storica battaglia di Cl nella difesa alla libertà di educazione. Introdotto dal presidente della Fondazione per la Sussidiarietà Giorgio Vittadini, Berlinguer – che oggi è presidente del Comitato per lo sviluppo della Cultura scientifica e tecnologica e presidente del Comitato nazionale per l’apprendimento pratico della musica nella scuola del Miur – ha invocato una “rivoluzione nel mondo scolastico”.

BASTA CON L’ETERNA CONTRAPPOSIZIONE TRA STATALE E PARITARIA

Lo chiama “l’eterno problema della scuola paritaria e del suo rapporto con la scuola di Stato e i finanziamenti”. Fa subito capire che questo perenne dualismo a lui che ha scritto la legge sulla parità della scuola pubblica proprio non va giù. Anzi, Berlinguer dice di trovare “stucchevole questo tema, intellettualmente non mi interessa più”. “A me – incalza – interessa la scuola, ovunque essa si svolga, consapevole che è sempre pubblica una scuola. Questo stanco ritornello scuola pubblica-privata è vecchio come il cucco, non ci si rende conto che siamo negli anni Duemila e che questa tematica che ha ossessionato la scuola per decenni oggi non esiste più”. Da qui l’idea di “proporre un movimento per bruciare i banchi (e giù applausi, ndr) per interpretare il pensiero della Montessori che li chiamava neri catafalchi”.

L’OBBLIGO E’ DA BANDIRE, PARLIAMO DELL’INQUIETUDINE

E’ arrivato il momento, dice Berlinguer, di smetterla di parlare di “scuola dell’obbligo, di utilizzare termini costrittivi. La scuola è stimolo a crescere, a rivendicare, a stimolare il gusto per scoprire qualcosa che non si sa”. L’ex ministro cita Papa Francesco quando parla di “sana inquietudine”, accenna al discorso di San Paolo nell’areopago di Atene, convinto com’è che la scuola debba partire dalla domanda: “Ma che ci stiamo a fare al mondo?”. Musica per le orecchie del popolo del Meeting, che infatti fa scrosciare gli applausi. “Nella scuola di oggi – continua – non si deve più trasmettere il sapere, non va più incentrata sulla lezione, va invece costruito un percorso, un processo a partire da questa inquietudine presente in ognuno di noi. Perché l’inquietudine significa ricerca, significa che l’allievo non deve solo registrare una conoscenza trasmessa, non deve solo imparare a memoria (che va pure esercitata), ma è chiamato a scoprire con la sua testa i problemi che stanno dentro a ciascuna materia. Non si possono presentare gli argomenti come confezionati e trasmessi. E’ questa la rivoluzione che va fatta nella scuola italiana”.

DISCUSSIONE SULLA SCUOLA DA RIBALTARE

Berlinguer bacchetta “l’appassionata discussione sulla scuola che va avanti da mesi senza mai parlare degli studenti” e chiede di “rovesciare l’impianto”. Qualche esempio? “Quell’assurdo orario scolastico basato su ore sempre uguali ogni settimana, che limita la scuola solo alla mattina, che crede che lo studente deve studiare da solo a casa il pomeriggio, ecco tutto questo dà il segnale di una scuola ancora di classe”. Invece “la scuola deve stare aperta tutto il giorno, tutto l’anno, tutta la vita”. La platea si spella le mani e scoppia in un tripudio quanto l’ex ministro torna a citare Papa Francesco dicendo che “l’elemento essenziale all’interno del mondo scolastico è tornare a sollecitare la curiosità dei ragazzi”. Così come quando Berlinguer parla della “assenza di una comunità educante” e legge una frase di Seneca: “Non scholae, se vitae discimus”. Ossia, non impariamo per la scuola, ma per la vita.
La chiosa all’intervento dell’ex ministro è un invito a non eccedere nella proliferazione di norme, perché “si possono fare tante cose con la legislazione vigente e il Parlamento invece di produrne di nuove potrebbe vigilare sulla corretta applicazione di quelle che ci sono già”.

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