Una sentenza depositata l'8 settembre analizzata e commentata dal magistrato Massimiliano Atelli

Per alcuni è una malattia. Per altri una sorta di sindrome sociale. Di certo c’è che è contagiosa. E’ il cosiddetto Effetto “Nimby”, acronimo di Not in my back yard, non nel mio cortile. In pratica si tratta di un comportamento sociale che spinge intere comunità di persone a ostacolare ogni nuova opera o infrastruttura per paura che possa nuocere alla salute o all’ambiente in cui si risiede.

Negli ultimi anni si è assistito a un fiorire di comitati contro questo o quel progetto. Il più famoso dei casi è la Tav, ma ogni anno sono decine i casi di contestazione locale (354 i casi accertati nel 2012 dall’Osservatorio Nimby Forum): dal Muos alle trivellazioni in Adriatico, passando per il gasdotto Tap, non mancano le proteste di veteroambientalismo.

E così, l’Italia è un pullulare di cantieri incompleti o di progetti abortiti prima ancora di posare la prima pietra. Ora però c’è un’evoluzione del Nimby, un’improvvisa invasione di campo, quello della legge, che rischia di mettere in serio pericolo lo sviluppo infrastrutturale dell’intero Paese. Per capire bene di cosa si tratta occorre andare però con ordine, perché la novità si annida tra le pieghe di una sentenza del Tar del Lazio depositata l’8 settembre.

LA DECISIONE A SORPRESA DEL TAR DEL LAZIO

Tutto parte da un contenzioso aperto tempo fa tra il comune di Borgorose, nel cuore della Valle del Salto, e un’impresa specializzata nella realizzazione di impianti per la cremazione delle salme. L’azienda contestava al comune l’improvvisa revoca, datata agosto 2014, della precedente delibera con cui il municipio aveva assegnato alla ditta in questione l’appalto per la realizzazione dell’impianto, dichiarandolo di pubblica utilità e autorizzando di fatto l’azienda a predisporre il tutto per l’inizio dei lavori. Salvo fare improvvisamente retromarcia. La diatriba è finita davanti al Tar del Lazio che dopo qualche mese si è pronunciato, respingendo il ricorso presentato dall’azienda per far valere i propri diritti nei confronti del comune di Borgorose. Raccontata così potrebbe sembrare il classico iter burocratico intoppatosi per qualche cavillo burocratico. Vicende che in Italia non fanno neanche più notizia. Ma se si legge la sentenza, si nota la dirompente novità. C’è un passaggio, tra le motivazioni che accompagnano il pronunciamento del tribunale, del tutto inedito.

CHE COSA HANNO SCRITTO I GIUDICI

I giudici hanno rilevato nella delibera con cui il comune revocava il bando “alcuni profili inerenti una nuova valutazione dell’interesse pubblico” vale a dire “la manifestazione da parte della popolazione del comune della contrarietà alla realizzazione dell’opera e l’interesse primario, dunque, a rispondere ai bisogni manifestati dalla stessa popolazione”. Per il tribunale “tale motivazione rende prevalenti le ragioni di opportunità della nuova scelta, con conseguente conferma della qualificazione del provvedimento in termini di revoca”.

GLI EFFETTI SISTEMICI DELLA SENTENZA

Cosa significa? In altre parole, i malumori della piazza conseguiti alla scelta del comune di realizzare un crematorio hanno spinto la giunta a fare dietrofront. Ma non è tutto. Secondo i giudici la contrarietà dei cittadini ha di fatto legittimato e quindi giustificato la revoca dei lavori da parte del comune. Il precedente è inusitato perché potrebbe inserire nella giurisprudenza il concetto per cui anche a gara assegnata e addirittura a lavori iniziati l’ente appaltatore può intervenire improvvisamente su pressing della comunità locale e chiedere il blocco dei lavori. Ma è davvero così?

IL COMMENTO DEL MAGISTRATO ATELLI

Ecco cosa pensa Massimiliano Atelli, magistrato di lungo corso per anni in servizio al ministero dell’Ambiente e profondo conoscitore della materia degli appalti: “Va premesso – dice in una conversazione con Formiche.net – che sul piano formale la sentenza del Tar è corretta. Ma è altrettanto evidente come questa decisione rechi una novità importante: per la prima volta si dice con chiarezza che la revoca della decisione presa dalla Pubblica amministrazione è legittima se fondata sul malumore della popolazione”, spiega Atelli, per il quale si tratta di “una novità che riapre il tema della necessità di ricostruire il rapporto, entrato in crisi, tra certezza del diritto e dinamiche economiche”.

I RISCHI POLITICI

“Il rischio – prosegue il magistrato Atelli – da scongiurare è che gli enti locali possano dare letture estensive di sentenze come queste. E pensare, quindi, che l’umore della piazza possa sempre legittimare un incondizionato ripensamento. Invece i ripensamenti hanno sempre un costo, in termini di occasioni di sviluppo perse per il territorio, o anche di indennizzo dovuto al partner privato. E vanno quindi ponderati attentamente, considerando tutti gli interessi in gioco”. Per Atelli “se si iniziano dei lavori e poi i malumori della gente, della piazza, spingono i comuni a deciderne lo stop allora gli esiti sono evidenti: da una parte un’opera che rimane incompiuta, dall’altra il risarcimento per il mancato guadagno dell’impresa che realizza l’opera”. Certo, non si deve e non si può decidere “contro” la volontà popolare, ma il Paese neppure può permettersi che gli enti locali si rimangino troppo spesso decisioni già prese di fronte, talora, a minoranze rumorose.

IL DISEGNO DI LEGGE CHIARIFICATORE

E allora che fare? Per il magistrato “il punto è politico: occorre offrire strumenti ad un decisore politico in forte crisi di fiducia, anzitutto in se stesso. Il principio base che andrebbe introdotto con legge, in modo chiaro e lineare, è quello del ‘parliamone prima’ che comporta disponibilità e capacità di ascolto preventivo della comunità, per sapere prima, e non dopo, se è d’accordo o no”. In pratica per il magistrato, sin dall’inizio, e quindi ben prima che si indicano progetti e gare, bisogna riunirsi intorno a un tavolo e verificare gli umori della piazza, così da evitare di iniziare ciò che non potrà essere finito. “La comunicazione è importante, anzi essenziale, in questi casi”, spiega Atelli, che al ministero dell’Ambiente aveva predisposto un disegno di legge oggi ripreso in alcuni provvedimenti attualmente all’esame della commissione Ambiente del Senato proprio per superare tali criticità: “Sono provvedimenti che obbligano le parti a parlarsi prima, con l’ausilio di tecnici qualificati perché di regola contrasti e diffidenze insorgono su aspetti strettamente tecnici”, conclude il magistrato.

RIPERCUSSIONI SUL TAP?

Per capire quanto la posta in gioco sia alta, basta guardare a un caso emblematico. Quello del Tap, il gasdotto che porterà in Italia il prezioso gas dell’est europa e su cui si sta combattendo da mesi una battaglia per quel fazzoletto di terra che dovrebbe ospitare il terminale del gasdotto. Un braccio di ferro, raccontato con preoccupazione e critiche in passato anche da Formiche.net, tra il consorzio Tap e le autorità locali, tra cui il comune di Melendugno (Lecce), che temono lo scempio paesaggistico e i danni alla salute. In mezzo, una miriade di comitati spalleggiati dalla sinistra locale e il premier Renzi che ha rassicurato più volte sul compimento dell’opera. Anche perchè il Tap assicurerebbe all’Italia forniture di gas per molti anni. Nimby permettendo.

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