Conversazione di Formiche.net con Francesco Sisci, esperto di cose cinesi ed editorialista di Asia Times

Con una gigantesca parata militare, la Cina ha celebrato oggi il 70° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale. Un evento connotato dall’assenza dei capi di Stato e di governo occidentali a causa delle dispute territoriali di Pechino con alcuni Paesi del sudest asiatico e col Giappone, ma anche dall’annuncio di Xi Jinping di un taglio di circa 300mila unità dell’esercito e da tensioni cibernetiche e navali con Washington.

Quali messaggi ha voluto inviare oggi la Cina al mondo, a pochi giorni della delicata visita del presidente cinese negli Usa? Ecco l’analisi di Francesco Sisci, esperto di cose cinesi ed editorialista di Asia Times.

Sisci, che significati dare a questa parata?

Oltre ad essere un buon megafono per l’annunciata ristrutturazione delle forze armate, si è trattata senza dubbio di una prova di forza di Xi Jinping davanti al Paese, che ha anche fatto ricredere chi credeva che l’appuntamento avrebbe avuto connotazioni anti giapponesi.

Nonostante ciò tutti i capi di Stato e di governo hanno disertato l’evento.

Per l’Italia ha partecipato il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni.

Quale messaggio ha voluto trasmettere Xi davanti a politici esteri e funzionari di partito?

Alle spalle del presidente c’era tutta la dirigenza passata, compreso Hu Jintao. Ma Xi Jinping era l’unico ad indossare il vestito tradizionale di Mao, mentre tutti gli altri vestivano abiti occidentali. Un dettaglio che non è sfuggito a nessuno in patria e che indica come l’esercito – che in Cina è sempre l’ultimo decisore – risponda solo a lui.

Il Pentagono ha fatto notare che, in concomitanza con la parata, Pechino ha cinque navi della marina in acque internazionali nel Mare di Bering al largo dell’Alaska. Si tratta di una provocazione o di cosa?

Nel suo discorso, Xi ha detto chiaramente che la politica della Cina deve essere ferma, ma pacifica. Ad ogni modo, queste frasi per quanto sagge arrivano in un momento non eccessivamente positivo per il presidente cinese.

Si riferisce alla crisi economico-finanziaria di queste settimane?

Non solo. L’amministrazione americana ha lasciato trapelare l’ipotesi di sanzioni nei confronti di Pechino per la sua aggressività cibernetica. Non so se questo accadrà, ma negli Usa c’è un’atmosfera sempre più nervosa nei confronti della Cina, un po’ perché ci si trova di fatto in campagna elettorale e un po’ perché le minacce informatiche riguardano sempre più da vicino i cittadini statunitensi.

Questo cosa comporterà?

Difficile dirlo con precisione, ma sono certo che la prossima visita di Xi Jinping oltreoceano non sarà una passeggiata per il presidente cinese.

A preoccupare l’Occidente sono anche le convergenze politiche tra Pechino e Mosca, mentre quelle economiche – dicono i dati – sono in caduta libera. Come valuta oggi il rapporto tra i due Paesi? Putin era uno degli ospiti d’onore alla parata.

Non ho mai creduto a un asse Pechino-Mosca, semplicemente perché non ci sono i presupposti. L’accordo tra i due Paesi – resto sul piano economico – doveva reggersi sulla costruzione delle infrastrutture per la  nuova Via della seta cinese, che in uno dei suoi tre percorsi passa anche dalla Russia. Ma dopo gli annunci, questo progetto non ha trovato alcuna concretezza.

Come mai?

Perché, nonostante i proclami, i russi temono l’invasione cinese più di qualunque altra cosa. Ma se la situazione in Ucraina dovesse degenerare ancora e mettere l’Orso russo all’angolo, la Russia di Vladimir Putin non avrebbe altra scelta che cadere fra le braccia di Pechino.

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