Il commento di Antonino Borgese, Presidente di Great Place to Work

Recentemente, come riportato dalla stampa, Bruno Mettling, direttore risorse umane di Orange, ha presentato il rapporto “Trasformazione digitale e vita lavorativa” al ministro del lavoro francese.  Lo studio, evidenziando gli impatti negativi del fenomeno sulla salute psicofisica e l’efficienza lavorativa, propone di introdurre nella disciplina del lavoro una limitazione degli orari di lavoro remoto, con obblighi rivolti sia all’azienda, che al lavoratore.

Gli impatti sulla salute non sono tuttavia l’unica conseguenza di quella che potremmo definire la “sindrome da connessione”. Un’utilizzazione poco attenta di smartphone, tablet e computer può minare la qualità dei rapporti interpersonali, con buona pace dei declamati valori sul teamwork. Chi di noi non ha avuto nella sua vita lavorativa un capo o un collega che ti riceve alla sua scrivania, intento a tempestare la tastiera del computer, dicendoti, senza nemmeno guardarti in faccia, “Parla pure che io ti seguo”?

Non sono solo salute e relazioni a risentire negativamente di questi nuovi stili lavorativi. La costante connessione, caratterizzata da continue interruzioni, fa saltare la nostra attenzione da un tema all’altro, impedendo lo svolgimento attento dei compiti. Il difetto di concentrazione è la causa di minori livelli di efficienza e di qualità e di un rapporto scadente con il cliente.

La dispersione dell’attenzione puo’ essere recuperata coltivando la nostra capacità di concentrarci. Le persone dotate di un buon livello di concentrazione riescono a riconoscere le fonti di disturbo, a staccare da esse l’attenzione e mantenere la propria focalizzazione sull’oggetto primario. Poiché la capacità di concentrarsi può essere appresa, un numero crescente di aziende mette a disposizione dei propri dipendenti diversi tipi di supporto, per sviluppare le capacità di consapevolezza, concentrazione e gestione dello stress, come corsi di yoga o di meditazione.

Che cosa possono fare i manager per gestire gli effetti dispersivi e disturbanti delle nuove tecnologie? Naturalmente non si tratta di limitarne l’uso, quanto piuttosto di governarlo, per ottenere da esse l’intero potenziale positivo. Nelle organizzazioni, che hanno saputo mettere lo sviluppo tecnologico al servizio di una migliore qualità della vita in azienda, i manager si impegnano a incoraggiare attivamente i collaboratori ad adottare stili lavorativi equilibrati: in un’azienda, le persone che per periodi lunghi lavorano diverse ore oltre il normale orario, vengono aiutate dal loro capo ad affrontare e risolvere il problema. I manager, inoltre, svolgono un’azione di “educazione” sull’utilizzazione consapevole dei media aziendali. La comunicazione via email, ad esempio, è oggetto di azioni di sensibilizzazione per una sua utilizzazione appropriata. Infine, alla base di tutto, non può che esservi l’esempio: i leader di un’organizzazione, coerenti con i principi di cura per le persone, fanno in modo di tenere le teleconferenze internazionali all’interno del regolare orario di lavoro di tutti i paesi collegati; è frequente che la stessa riunione sia ripetuta in orari diversi per le diverse aree continentali.

Le problematiche sul bilanciamento tra lavoro e vita privata, indotte dalle nuove tecnologie, non differiscono di molto da quelle del passato: molti tipi di lavoratori sono sempre stati alle prese con la difficoltà di “staccare” dal lavoro. “Workaholic” e “work addiction” sono concetti familiari da molto tempo. E non da oggi il lavoro chiede un impegno fuori dagli orari. Per questi motivi le soluzioni richiamano alla necessità di attenzione da parte dei manager e di un approccio al lavoro equilibrato da parte dell’individuo. Si tratta di applicare queste indicazioni all’utilizzazione dei nuovi strumenti tecnologici.

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