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Salvini filo-Bossi sull’immigrazione

Stiamo assistendo ad un insieme di vicende molto complesse: i muri ungheresi da un lato; la sospensione di Schengen dall’altro; la distinzione apparentemente semplice tra lo status di rifugiato e lo status di emigrante cosiddetto “economico”.

Sembra ormai che l’Europa non riesca più a proseguire lungo una qualunque strada accettata da gran parte dei singoli Stati nazionali.

Si tratta di una vicenda estremamente complessa perché sono poste in evidenza ragioni durissime di identità (etnica; religiosa; economica; sociale) e allo stesso tempo ragioni di governo o – come si suol dire – di “governance”.

Il processo di integrazione europea si trova pertanto ad affrontare quasi all’improvviso un tema di fondo concernente la sua stessa natura: semplice area di libero scambio come preconizzata astrattamente dalla Gran Bretagna, o anche una prospettiva non utopica di vera e propria federazione europea?

In questo contesto assume particolare rilievo proprio il comportamento complessivo della Lega Nord perché questa ha finito con l’avere allo stesso tempo una sorta di continuità culturale di fondo che l’ha portata alla affermazione di un “secessionismo” mai totalmente definito, e l’aspirazione ad un ruolo persino determinante nella formazione dei vari governi Berlusconi. Anche se oggi questa aspirazione sembra ridotta esclusivamente al governo della Lombardia.

La particolare rilevanza della posizione della Lega Nord risiede pertanto nel fatto che essa ha vissuto e vive quasi con rigidità una propria cultura dell’identità sociale e territoriale e quindi di comunità per così dire chiusa, in un contesto nel quale il suo consenso elettorale e parlamentare è stato essenziale per conseguire una vera e propria partecipazione alla definizione di un programma di governo nazionale, mentre oggi sembra mancare proprio questa prospettiva.

La sostanziale continuità secessionistica della Lega risiede pertanto nel fatto che essa ha avuto fin dall’inizio una propria e rigida idea di comunità territoriale chiusa: chiusa sia rispetto all’entità nazionale identificata in Roma quale simbolo proprio dell’Italia tutta, sia chiusa soprattutto rispetto al Mezzogiorno, come risulta con grande evidenza anche in riferimento alle numerose proposte leghiste concernenti l’insegnamento scolastico.

Questa continuità secessionistica trova pertanto nel contesto attuale delle migrazioni il terreno sul quale ribadire la propria specifica identità, non più territoriale limitata alla “Padania”, ma allargata fino a comprendere l’intera comunità nazionale italiana, applicando peraltro ad essa proprio la cultura di fondo di comunità territoriale chiusa.

Mentre nel lungo periodo che va dalla nascita della Lega fino all’avvento del governo Monti le posizioni leghiste risultavano decisive anche per la definizione del programma di governo nazionale presieduto da Berlusconi, oggi si avverte con particolare ruvidezza lo scontro sul tema delle migrazioni perché questo pone a confronto persino in modo visibile la cultura dell’accoglienza impersonata dal ministro dell’Interno Angelino Alfano, con la cultura del respingimento fatta propria in Italia da Matteo Salvini, in raccordo molto significativo con soggetti esterni all’Italia quale è in particolare Marine Le Pen.

Tra il continuismo identitario della Lega che porta ad affermare una prospettiva di secessione un tempo dall’Italia ed oggi dall’Europa, e la prospettiva di governo realizzata una volta nel contesto della guida berlusconiana dell’intero arco politico alternativo a quella che all’epoca era “la sinistra”, si pone pertanto oggi il tema in qualche modo nuovo dell’inesistente governo europeo.

Un fenomeno per sua natura molto complesso qual è quello del processo migratorio in atto e non solo in Europa richiede pertanto il saper coniugare identità e governo, perché non esistono soluzioni semplici per problemi complessi.

Un esame approfondito del fenomeno leghista attuale può concorrere pertanto in modo significativo alla comprensione stessa delle ragioni identitarie che hanno portato in vari Paesi europei ad entrare in contrasto con culture di governo idealmente orientate in senso diverso.

Quando identità e governo finiscono con il coincidere in un partito e in una persona (come nel caso di Orban) occorre pertanto indagare su quali siano le ragioni identitarie e quali quelle di governo.

In questo contesto il riemergere di una specifica questione delle frontiere appare in qualche modo fortemente tesa alla affermata salvaguardia di una identità nazionale chiusa, mentre una ispirazione tendenzialmente universalistica (sia essa a fondamento religioso o a fondamento economico-monetario) tende necessariamente alla ricerca di un punto di equilibrio nazionale ed europeo allo stesso tempo.

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