C’è una svolta nella crisi siriana? Dopo il nuovo atteggiamento tedesco nell’accoglienza ai profughi, oggi il presidente francese François Hollande ha annunciato voli di ricognizione sulla Siria in vista di eventuali raid contro lo Stato islamico. Un cambio di strategia per Parigi, finora attiva solo in Iraq per non favorire il regime siriano, ma ormai troppo preoccupata per la crescente influenza dei drappi neri.

Il dramma dei rifugiati, le ipotesi per riportare la pace nel Paese, il destino di Bashar al-Assad e i fronti contrapposti di una guerra per procura che sta portando al collasso Damasco.

Ecco alcuni dei temi analizzati in una conversazione con Formiche.net dal generale Carlo Jean, esperto di geopolitica e professore di Studi strategici alla Luiss e alla Link Campus University di Roma.

Generale, il dramma dei profughi siriani ha assunto ormai dimensioni gigantesche. Quali sono le possibili soluzioni per questa crisi?

Le strade sono sostanzialmente quattro: una soluzione militare, non fattibile al momento; una soluzione umanitaria, che lascerebbe però le cose come stanno, facendo morire i siriani a stomaco pieno e non semi vuoto. L’ipotesi di un Paese diviso in 3 o 4 parti, ma bisognerebbe operare una pulizia etnica controllata dando incentivi a tutti i gruppi per spostarsi e raggruppasi in modo omogeneo. E poi c’è la via diplomatica, l’unica percorribile, sebbene necessiti di tempo. Si potrà fare solo quando si sarà giunti a una stasi totale fra i combattenti.

In cosa consisterebbe la via diplomatica?

Quanto rimane dell’esercito di Bashar al-Assad va preservato, se si vuole tenere unita la Siria ed evitare una guerra per bande qual è in corso oggi in Libia. E’ l’unico elemento di stabilità che rimane nel paese. Occorre però trovare qualcuno che possa sostituire Assad ed essere accettato da tutti o almeno dalla maggioranza della popolazione. E’ quanto cercano di fare Mosca e Washington. La prima per mantenere un’influenza e la base di Tartus. La seconda per avere un alleato che le consenta di sconfiggere l’ISIS. C’è però un problema da risolvere.

E quale sarebbe questo problema?

Convincere Assad a lasciare il paese. Gli alawiti e le altre minoranze, dai cristiani ai drusi, non si fidano di lasciar cadere Assad prima che si trovi una soluzione.

Ad esempio?

Quella già abbozzata con Ginevra 1 e 2, ovvero trovare un alawita o un sunnita legato al clan degli Assad, che sia accettato anche dalla maggior parte degli insorti.

C’è qualche nome in ballo?

Ci sarebbe quello dell’ex generale siriano Manaf Tlass, ex amico intimo del presidente, fuggito a Parigi due anni fa, proveniente da una influente famiglia sunnita di imprenditori.

Quali difficoltà comporterebbe realizzare questo cambio al vertice?

Il problema è che siamo di fronte anche a una guerra per procura. Una grande coalizione sarebbe l’ideale, ma è possibile solo quando i suoi componenti abbiano obiettivi comuni. Nel caso della Siria essi mancano, anche se tutti sanno che non possono vincere. Da un lato c’è il blocco sunnita guidato dall’Arabia Saudita; poi il Fronte islamico e i vari gruppi d’insorti, dai al-qaediati ai nazionalisti, ai curdi; dall’altro vi sono gruppi legati alla Fratellanza Musulmana e sponsorizzati dal Qatar e dalla Turchia; c’è poi quanto rimane dell’esercito governativo, appoggiato dall’Hezbollah, armato dalla Russia, finanziato dall’Iran. Nessuno può prevalere sugli altri. La situazione è di stallo.

Che obiettivi hanno le diverse coalizioni?

In quella anti-ISIS, ad esempio, la Turchia dà priorità ad impedire che i curdi colleghino il cantone di Arfil con la Jaziria e a eliminare il PKK, ci sui le milizie curde siriane sono una figliazione. A questo servirebbe la zona cuscinetto che vogliono creare. Ai contrasti delle potenze regionali vanno aggiunti quelli fra gli Usa e la Russia. Usa e Russia sembrano però essere d’accordo sulla sostituzione di Assad e sulla priorità della lotta all’ISIS.

Che cosa vuole la Russia?

Mosca spinge per concentrare tutte le forze contro l’Isis, che viene considerata la minaccia maggiore, anche perché tra i “foreign fighters” dei drappi neri ce ne sono molti che provengono dal Caucaso del Nord, soprattutto dalla Cecenia e dall’Asia centrale.

Cosa impedisce a Washington e Mosca di concordare una linea d’azione comune?

Da un lato c’è il problema dell’Iran che si oppone a un accordo che lo marginalizzerebbe in Siria e le preoccupazioni americane che salti l’’accordo sul programma nucleare di Teheran. Dall’altro, dopo essersi rimangiato la parola sulla “red line” delle armi chimiche che il regime siriano non avrebbe mai dovuto impiegare, Barack Obama preferisce mantenere un profilo basso. Infine, c’è da dire che molti degli alleati Usa nella coalizione anti-ISIShanno un atteggiamento un po’ ambiguo nei confronti del movimento terroristico. Per molti sunniti, andrebbe sostenuto, perché contrata l’influenza sciita dell’Iran nella “mezzaluna fertile”.

Al di là delle strategie contrapposte sul campo, taluni osservatori sostengono che l’Occidente si stia dimostrando carente anche sul piano degli aiuti umanitari.

Vero, ma per darli a chi? Le esperienze in Bosnia, in Iraq e in Afghanistan dimostrano che essi sono una panacea marginale e solo a breve termine. Il problema è la fine delle violenze. Ma è difficile imporre qualcosa a una popolazione che si combatte sanguinosamente da anni. In Paesi rimasti tribali e con divisioni etniche e religiose non valgono i principi occidentali, che tutti – eccetto l’ISIS – dicono di voler seguire.. Non esistono corpi intermedi trasversali in tutto il popolo e che lo trasformano in nazione. Tutti sono fedeli al proprio gruppo, non alla Siria. Va anche considerato che nel paese esiste un potenziale di vendette fra i vari gruppi, che saranno prima o poi consumate, come impone la legge del taglione. Si tratta di una spirale perversa da cui è pressoché impossibile uscire con interventi pacificatori “soft”, quali che può pare l’Occidente o la comunità internazionale nel periodo post-coloniale, con forti limitazioni nell’uso della forza. Esso costa sempre più e rende sempre meno.

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