Il Dragone torna all’attacco. Dopo aver affondato ad agosto le borse di mezzo mondo, spaventate dal rallentamento dell’economia cinese, ora Pechino torna a rimarcare il suo ruolo pervasivo e, soprattutto, di investitore internazionale, costruito agguantando nel tempo partecipazioni strategiche attraverso i fondi controllati dal governo di Pechino. E lo fa su più fronti. Ecco le ultime incursioni in Europa e anche in Italia.

L’INTERESSE (ORA UFFICIALE) VERSO IL FONDO UE PER GLI INVESTIMENTI

La nuova offensiva dell’ex Impero Celeste parte dall’interesse per il Feis, il Fondo europeo per gli investimenti strategici, il braccio operativo nato in seno al piano Juncker per finanziare gli investimenti in grado di rimettere in moto l’economia europea, sbandierati spesso dal premier Matteo Renzi. Ora, già da qualche mese, la Cina ha mostrato un certo interesse verso il fondo, dichiarandosi pronta a contribuire con i propri capitali miliardari. In questi giorni il vicepresidente della commissione Europea Jyrki Katainen si è recato in visita a Pechino e il vicepresidente della Repubblica popolare cinese Li Yuanchao avrebbe ufficializzato al rappresentante dell’Ue il proprio interesse a entrare nel fondo. Un via libera che arriva dopo mesi di contatti tra Katainen e le autorità cinesi, come documentato tempo fa da Formiche.net

NON SOLO UE, ANCHE POSTE ITALIANE NEL MIRINO DEL DRAGONE

Ma non c’è solo il Fondo per gli investimenti europei all’orizzonte della Cina. Nel mirino del Dragone sono finite anche le Poste Italiane, ormai prossime allo sbarco nel mercato azionario. Un organismo cinese, forse la China Investment Corporation o People’s Bank of China, sarebbe pronto a rilevare una quota, tra il 2 e il 5%, della società dei recapiti, come ha scritto il Sole 24 Ore. A far scattare l’acquisto potrebbe essere la pubblicazione del prospetto informativo, che conterrà il cosiddetto pay-out, ovvero la quota di utile che verrà distribuita agli azionisti e che sancirà o meno l’interesse dei cinesi per il gruppo guidato da Francesco Caio. Il possibile ingresso nel capitale di Poste potrebbe allargare la rosa delle partecipazioni detenute dalla Cina in importanti società italiane, considerate le quote detenute già presso Enel ed Eni. Ma non è tutto.

CINA PIGLIATUTTO, ORA SPUNTA ANCHE ADR

Nei radar della Grande Muraglia è finita anche Adr, il gestore dello scalo di Fiumicino e Ciampino controllato dalla holding Edizione, della famiglia Benetton. Secondo alcune indiscrezioni pubblicate dal Corriere Economia e da Affari e Finanza, Gingko Tree, secondo fondo sovrano cinese, avrebbe concluso la due diligence su Adr e a ottobre sarebbe attesa l’offerta che valorizza tra 4,3 e 4,4 miliardi il 100% della societa dei Benetton. In particolare il fondo punterebbe al 15% di Adr, anche se tra le condizioni per l’ingresso c’è il coinvestimento di Adia, fondo di Abu Dhabi per rilevare un altro 15% di Adr. L’arrivo dei capitali cinesi e arabi darebbe una bella boccata di ossigeno ad Adr, ancora alle prese con le incognite legate agli investimenti per raddoppiare a 100 milioni di passeggeri la capacità di Fiumicino. Investimenti finiti qualche settimana fa sotto il tiro del vicepresidente di Alitalia e numero uno di Etihad, James Hogan, che ha sollecitato il gestore ad accelerare gli interventi di ammodernamento.

TUTTI I BLITZ DI PECHINO NELLA FINANZA ITALIANA

Gli appetiti cinesi verso il capitalismo italiano non sono una novità. Il Dragone vanta infatti alcune partecipazioni nel mondo bancario. Tra queste, le incursioni in Unicredit e Mps dove la Banca centrale cinese di è assicurata a luglio il 2% dell’istituto guidato da Federico Ghizzoni e un’altro 2% presso la banca di Rocca Salimbeni. Blitz che però hanno sollevato più di un dubbio, additando a possibili preludi di una bolla finanziaria. Proprio nei giorni in cui Pechino faceva suo il 2% di Unicredit, alcuni esperti interpellati dal sito russo Sputnik paventavano dietro le operazioni il rischio di una bolla finanziaria, sulla falsariga di quella statunitense scoppiata in seguito allo scandalo dei mutui subprime e sfociata nel crack Lehman Brothers del settembre 2008. Tra le incursioni cinesi degne di nota c’è poi anche il marcato interesse per F2i, il fondo per le infrastrutture guidato fino al 2014 da Vito Gamberale, su cui ha messo gli occhi a inizio estate la China Investment Corporation, che ha messo sul piatto 120 milioni di euro.

IL FEELING DELLA CINA CON IL GOVERNO RENZI

Sullo sfondo delle partecipazioni societarie targate Cina rimane poi un certo feeling tra Pechino e il governo di Matteo Renzi. La prova è nel recente Forum pmi per gli investimenti e il commercio tra Italia e Cina che ha visto la partecipazione a Milano, lo scorso 23 settembre, sia del ministro dello Sviluppo Federica Guidi, sia dei vertici di Bank of China. “La cornice istituzionale, per quanto riguarda l’Italia ma credo anche la Cina, continuerà a essere eccellente. Però tutto questo non sarebbe sufficiente se non ci fossero aziende come le vostre che oggi fanno la differenza sui mercati e sulle economie mondiali”, ha detto la Guidi rivolgendosi alle aziende cinesi presenti. Quasi un flirt.

 

 

 

 

 

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