Conversazione di Formiche.net con Michele Pelillo, avvocato tributarista, capogruppo Pd nella commissione Finanze alla Camera, che segue da vicino il dossier della riforma delle Banche di credito cooperativo

La riforma delle banche di credito cooperativo è a un bivio. Tra fallimento e successo. Il movimento è spaccato e la proposta di Federcasse per una holding unica piace soltanto a una parte del movimento. Il problema è che il governo ha fretta, perché sente sul collo il fiato della Bce, che avrebbe piuttosto voluto una riforma per decreto, come accaduto per le popolari. Invece Matteo Renzi ha deciso di lasciare alle bcc carta bianca. Ma con un paletto: la riforma ve la fate voi, ma entro il 2015, perché sennò sarà dura spiegare alla Bce le ragioni del ritardo.

“Il sistema delle bcc va ammodernato ma non perché non funzioni, tutt’altro”, dice a Formiche.net Michele Pelillo, avvocato tributarista, capogruppo Pd nella commissione Finanze alla Camera, che segue da vicino il dossier ed è tra i primi sostenitori di una riforma: “Il sistema delle Bcc – aggiunge – ha dato in questi anni buona prova di sé, in modo particolare nel difficile e lungo periodo di recessione che abbiamo da poco superato”.

E la riforma allora a cosa serve?

Vogliamo migliorare questo modello per valorizzarlo ancora di più, convinti del suo ruolo indispensabile.

Con le popolari il governo si è comportato diversamente, scrivendo la riforma e imponendola per decreto. Con le Bcc non è andata così.

Con le Bcc il governo non ha imposto nulla, ha invitato il sistema ad offrire una propria proposta di riforma.

Il tempo stringe, l’autoriforma del credito cooperativo deve arrivare entro breve. Ma le banche sono divise…

Nei giorni scorsi ci veniva detto dalla Federcasse che l’operazione-sintesi è matura. Ma a me è sembrata acerba. C’è una spaccatura interna che noi abbiamo il dovere di misurare politicamente. La politica deve capire meglio questa situazione, senza adeguarsi solo alle affermazioni, seppur autorevoli, della Federcasse e del presidente Alessandro Azzi. Abbiamo obiettivamente tempi abbastanza stretti, perché la Bce e la Banca d’Italia hanno comunque sollecitato questa riforma.

Qualcuno ha cantato vittoria troppo presto?

Diciamo che non siamo in una condizione facilissima. Perché se ci fosse stata una sintesi già matura, già avanzata, allora governo, commissioni e legislatore avrebbero potuto limitarsi a fare dei ritocchi. E invece mi pare che siamo ancora un po’ distanti da questa sintesi…

Federcasse dovrà riuscire a mettere d’accordo un universo variegato.

Il compito della Federcasse sarà difficile. Perché il Trentino ha già attuato un suo modello, la Toscana è in rotta di collisione. Il punto è che il sistema cooperativo è molto eterogeneo, e questo complica un po’ le cose. Ma di certo oggi nel sistema Bcc nessuno si può illudere che le cose possano essere lasciate così com’è. E poi c’è un altro problema…

Cioè?

Per esempio abbiamo le banche del meridione che sono molto patrimonializzate e più solide, anche se hanno numeri più piccoli. Al contrario le bcc del Nord traballano. Insomma, non ci vuole tanta dietrologia per capire che c’è qualche preoccupazione.

Dov’è il pericolo?

Se per esempio si fa una holding unica, come è nei progetti della Federcasse, non è che finiamo col prendere, come nei decenni scorsi, i soldi dal Sud per poi portarli al Nord? Sarebbe un autogol, perché nel momento in cui diciamo che senza il meridione l’Italia non può crescere togliamo risorse al meridione per allocarle altrove? E’ harakiri. Oppure, se si fa sempre un gruppo unico, in grado per esempio di reperire altre risorse all’estero, dove e come le alloca? E se quei soldi rimangono in Lombardia e non arrivano a Roma o più sotto?

Insomma la holding unica non le piace…

Il fatto è che a me sembra che anche per questi motivi l’idea del gruppo unico sia complicato da realizzarsi.

Però il governo ha fatto capire di apprezzare un progetto il più omogeneo possibile…

Certo. Però questo non vuol dire un unico gruppo, casomai meno gruppi possibili. L’ideale sarebbe immaginare tre gruppi, non perché è il numero perfetto, ma perchè in questo modo non si disarticola troppo il modello e al contempo non lo si accentra eccessivamente. E poi…

E poi?

L’idea che mi comincio a fare è che fare un unico gruppo sia troppo rischioso e difficile da far accettare all’interno del sistema… ma è chiaro che dobbiamo fare  presto, perchè ci sono dei tempi da rispettare e il governo lo ha fatto capire.

Ecco appunto, i tempi da rispettare.

Eventualmente, come alternativa al decreto, potremmo immaginare al contrario un’indicazione da parte delle commissioni competenti al governo, in modo da anticipare l’intervento dello stesso.

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