Da una parte ci stupiamo ed esultiamo per le prove dell’ingegno italico in tutto il mondo (esempi sono la recente scoperta da parte di Eni di un mega giacimento di gas in Egitto, così come quelli in Mozambico, Congo oppure l’ultima sfida lanciata nell'Artico), dall’altra continuiamo a negare a questo stesso ingegno la possibilità di potersi applicare in Italia. L'intervento di Gianni Bessi, consigliere regionale Pd in Emilia Romagna

I recenti sviluppi della crisi politica ed economica tra Russia e Ucraina, con l’eventualità non remota che Gazprom decida di diminuire il flusso delle forniture di gas verso l’Europa, rendono ancora più urgente un incoraggiamento a sfruttare le ancora sottoutilizzate risorse nazionali di idrocarburi italiane. Anche per acquisire una maggiore autonomia, e quindi sicurezza, nell’approvvigionamento energetico, un campo in cui dipendiamo sempre più dall’estero. L’Italia è uno dei Paesi europei che importa la quota maggiore di gas rispetto al proprio fabbisogno almeno 30 punti percentuali in più rispetto alla media dell’UE (83% contro 53%).

Occorre essere realisti. La combinazione fra azione dei comitati del “no a tutto” e ostacoli derivati dai compromessi politici nelle regioni italiane impedisce la creazione di un “piano industriale italiano” che sostenga lo sviluppo delle attività strategiche per l’economia e per la sicurezza nazionale. Quali sono, appunto, le estrazioni di gas, che dovrebbero essere sostenute in quanto progetto energetico made in Italy.

Se è vero che il cammino verso l’utilizzo delle energie rinnovabili è iniziato e non è reversibile, lo è anche che si debba passare attraverso un necessario periodo di transizione, che ha bisogno di scelte oculate: occorre più gas per sostenere il passaggio a un approvvigionamento che dipenda solo dalle rinnovabili.

Anche qui è presente un’ambiguità da manuale. Da una parte ci stupiamo ed esultiamo per le prove dell’ingegno italico in tutto il mondo (esempi sono la recente scoperta da parte di Eni di un mega giacimento di gas in Egitto, così come quelli in Mozambico, Congo oppure l’ultima sfida lanciata nell’Artico), dall’altra continuiamo a negare a questo stesso ingegno la possibilità di potersi applicare in Italia.

Dove ci sono progetti di sfruttamento di giacimenti nell’oil&gas – non mi stancherò mai di ripeterlo perché da lì può passare la ripresa del Paese – per oltre 20 miliardi di euro.

Nelle condizioni attuali nessun operatore nazionale o internazionale è disponibile a investire risorse. Eppure l’Adriatico, per esempio, è ricco di opportunità di investimento sia per le attività di prospezione e sviluppo, sia per la cantieristica, grazie anche alle operazioni a breve di chiusura dei pozzi non più operativi. Le due opzioni, cioè apertura e chiusura dei pozzi, offrono una straordinaria opportunità per le imprese del settore logistico-portuale.

Se la situazione si sbloccasse otterremmo uno stimolo formidabile per il sistema produttivo italiano. E mentre noi rimaniamo inerti, la nostra dirimpettaia nell’Adriatico, la Croazia, ha assegnato le aree dove effettuare l’esplorazione per gli idrocarburi, mentre i porti di Rijeka e Ploce sono già pronti per accogliere la logistica portuale prodotta dall’offshore’’.

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