Fatti, nomi e ricostruzioni

Ieri Repubblica scriveva di tiro al piccione destinato ad alzarsi, per andare a cercare chi sta dietro il monsignore spagnolo Vallejo Balda e la rampante Francesca Immacolata Chaouqui. Oggi il quotidiano fondato da uno dei consiglieri privilegiati del Papa pubblica una paginona in cui – di fatto – si fa a pezzi il cardinale George Pell, già arcivescovo di Melbourne e Sydney e primo prefetto della Segreteria per l’Economia istituita proprio da Bergoglio. “Voli in business class. Vestiti su misura. Mobili di pregio. Un sottolavello da 4.600 euro. Nella chiesa di Francesco, l’uomo che tiene la cassa non bada a spese: George Pell, il cardinale australiano che il Papa ha scelto e voluto a capo della nuova potentissima Segreteria dell’Economia, ha speso settantamila euro al mese tra luglio 2014 e gennaio del 2015 per mantenere se stesso e un ufficio nel quale lavorano appena tre persone“. E poi, il titolo del Fatto Quotidiano: “Le mani bucate di Pell”.

Fin dall’inizio di tutta la vicenda s’era intuito che a finire nel calderone sarebbe stato proprio Pell, che tanto ha fatto infuriare papaveri della vecchia e nuova curia per il suo supposto attivismo e soprattutto per i modi bruschi usati nei confronti delle altre eminenze. C’è un episodio che dà bene l’idea della situazione, dello scontro al di là del Tevere. Lo scorso febbraio l’Espresso pubblicò una serie di documenti riservati che altro non erano che i verbali delle riunioni dell’Apsa, l’Amministrazione per il patrimonio della Sede apostolica. In quei fogli i cardinali discettavano e criticavano il potere convogliato nelle mani di Pell. Il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il francese Jean-Louis Tauran sbottò: “C’è uno che fa tutto e gli altri no“, mentre il potentissimo Giovanni Battista Re, per anni capo della macchina sforna-vescovi, ammoniva sul rischio che “la Segreteria dell’Economia prenda in mano tutto”. Il vicario di Roma, Agostino Vallini (la cui stella agli occhi di Santa Marta brilla sempre meno, si dice Oltretevere) si preoccupava del destino dell’Idi, l’ospedale dermatologico cui erano stati promessi 50 milioni per evitare il fallimento e che Pell (e lo Ior) non voleva più sborsare. Attilio Nicora, primo presidente dell’Autorità di Informazione finanziaria, ce l’aveva con la “comunicazione” del cardinale australiano, fatta di “mail”.

Quel che era chiaro dal caos è che si erano formate due correnti ben organizzate: da una parte Pell e gran parte della realtà ecclesiastica nordamericana e anglosassone più in generale, dall’altra la saldatura incredibile tra il nuovo corso incarnato da Pietro Parolin e antichi sodali bertoniani (Calcagno e Versaldi, poi promosso da prefetto dell’Economia a prefetto per l’Educazione cattolica).

Quel che s’è scoperto ora è che i corvi, presunti o tali, ce l’avevano pure con Pell, che ha “ha portato – ha scritto oggi il vaticanista Andrea Tornielli su La Stampa –  una massiccia iniezione di efficientismo anglosassone, ritagliandosi il ruolo del risanatore e dell’inflessibile tagliatore di spese inutili”. In particolare, a volersi vendicare (come ha ricostruito ieri Niccolò Mazzarino su Formiche.net) era il monsignor Balda, che si vedeva già nei panni di segretario della neonata Prefettura guidata dall’australiano, tanto da dirlo in giro con ben poca prudenza. Errore fatale: il Papa da quel momento non lo vuole più vedere, non gli dà l’agognata carica (che verosimilmente l’avrebbe portato alla consacrazione episcopale) e lo priva di ogni incarico futuro dopo il dissolvimento annunciato della Commissione in cui era stato inserito. Da quel momento, raccontano le gole profonde, Balda ha tentato di vendicarsi di Pell, magari facendo uscire notizie poco gentili nei confronti dell’illustre porporato. Sarà così?

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