L'intervento di Giuseppe De Lucia Lumeno, segretario generale di Assopopolari

Le banche italiane hanno avuto il difetto di essere migliori degli altri istituti di credito europei. Le polemiche che stanno accompagnando la risoluzione delle crisi di Banca delle Marche, CariFerrara, CariChieti e Banca Popolare dell’Etruria non colgono fino in fondo quella che, probabilmente, è la vera essenza del problema. Emerge l’accanimento con cui le direttive della Bce e della Commissione Ue si sono abbattute sul sistema creditizio italiano. Forse se gli istituti italiani avessero alzato bandiera bianca, come accaduto negli altri Paesi, subito dopo il crak di Lehman Brothers, le cose sarebbero andate diversamente.

Invece non è stato così. Le banche italiane hanno retto bene quella prima ondata perché, a differenza di quanto accadeva agli istituti del resto d’Europa, non avevano i portafogli imbottiti di derivati. Erano anche riuscite a tenersi lontane dalle lusinghe della turbo-finanza. I guasti provocati dalla caduta di Lehman sono stati tamponati dagli Stati con interventi a piene mani. I governi di Olanda, Francia, Germani, Spagna non si sono certo fatti scrupoli di utilizzare i soldi dei contribuenti per tirare fuori dai guai i loro campioni e campioncini nazionali. Un bel giro di valzer ricordando, per esempio, gli attacchi furibondi della commissaria olandese Neelie Kroes o dell’irlandese Charles McGreevy contro il Governatore Antonio Fazio nel 2005 in nome delle “buone regole bancarie”.

Peccato che, dopo il crollo di Lehman le “buone regole bancarie” furono dimenticate in tutto il mondo. Tranne poi rifarne di nuove per chiudere i cancelli quando i buoi di Olanda, Francia, Germania, Regno Unito e Spagna erano già riusciti a scappare. Quelli italiani, invece, sono rimasti dentro. Promossi e bocciati non per merito ma solo perché la disciplina è stata variata. Innumerevoli le forzature. Talvolta spingendo le banche dall’equilibrio instabile verso il burrone. Tal’altra imponendo delle riforme prive di giustificazione come la legge che ha imposto alle prime dieci popolari italiane di trasformarsi in società per azioni.

Se guardiamo a quanto accaduto dal 2008 in avanti emerge una concatenazione di eventi che ha visto come scelta strategica quella di penalizzare il sistema delle banche territoriali italiane. Vale a dire il tesoro su cui il nostro Paese, notoriamente terra di mille campanili, ha costruito il miracolo economico. Un tessuto fatto di piccole e medie imprese e di banche altrettanto concentrate sul sistema dell’impresa minore e delle famiglie. Il tessuto è stato lacerato dalla crisi economica e dalle decisioni non sempre sagge arrivate da Bruxelles, da Francoforte e da Roma. Fino all’assurdo di queste ultime ore.

Allora arriviamo alla domanda più importante: non c’era un altro modo per mettere in sicurezza il sistema bancario italiano? Rispondere impone l’obbligo di fare un po’ di storia per concludere che davvero tutto il sistema di regole bancarie post-Lehman è stato costruito contro l’Italia. Forse non era nemmeno questa l’intenzione iniziale. Però così è andata vista anche l’incapacità dei vari Governi di difendere gli interessi veri del Paese. Le scelte delle autorità di controllo si sono sviluppate sulla stessa linea e certo avere un italiano alla testa della Bce non è stato un vantaggio.

Basta girare un attimo indietro lo sguardo per vedere questo percorso snodarsi in tutta la sua dinamica. Mentre i governi di tutto il mondo mettono in sicurezza le loro banche il governo italiano sceglie la strada dei prestiti: i Tremonti bond. Finanziamenti estremamente onerosi cui far ricorso solo nei casi di assoluta emergenza. Non a caso sono stati restituiti appena possibile visto che avevano un costo esorbitante.

Nel frattempo sono nati i nuovi regolamenti internazionali. Si tratta di Basilea 3 e poi dell’Unione Bancaria. Le linee di intervento sono abbastanza omogenee. Le banche vengono spinte a modificare profondamente la loro attività. Devono diventare sempre più simili a finanziarie di investimento tralasciando il loro mestiere di gestione del credito. In poche parole: operare sui listini di borsa viene considerato un lavoro poco rischioso e richiede minimi accantonamenti di capitale (ma il crak di Lehman non nasce proprio dai portafogli di titoli tossici?). Viceversa finanziare le imprese e le famiglie viene classificato come impegno ad alto tasso di insolvenza e quindi i fondi di garanzia devono essere molto elevati. Una struttura che favorisce le banche di radici anglo-sassoni oltre a quelle tedesche, olandesi e francesi. Viceversa penalizza quelle italiane e soprattutto le banche del territorio.

Uno squilibrio a cui i vari governi di Roma non sono riusciti a mettere un argine. Incuranti del fatto che forse è socialmente più apprezzabile perdere un miliardo nel mondo della produzione che non facendo scommesse sui mercati finanziari. Le banche popolari non hanno mai fatto mancare il loro sostegno al territorio come dimostra il continuo aumento degli impieghi. Hanno pagato un prezzo molto alto in termini di crescita degli impieghi. Negli anni difficili della crisi del debito sovrano hanno sostenuto, come il resto del sistema creditizio nazionale, il Tesoro sottoscrivendo le sue emissioni nonostante il bombardamente dello spread impazzito.

Certo in questi anni gli errori non sono mancati anche da parte dei banchieri. Tuttavia nel valutare gli avvenimenti non ci si può limitare all’osservazione dei singoli fatti aziendali. Perché se è ovvio che le singole responsabilità andranno accertate e punite non si può nemmeno ignorare il quadro complessivo.

Ora per uscire dalla gabbia delle sofferenze e ridare vivacità al credito servirebbe una bad bank. Alla Spagna, le cui banche fallirono “per tempo” fu concessa. All’Italia, che ha resistito più degli altri viene negato. Proprio vero: le nostre banche sono state troppo brave.

Giuseppe De Lucia Lumeno
Segretario Generale
Associazione Nazionale fra le Banche Popolari

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