Conversazione con il politologo della Statale di Milano, Luigi Curini, che assieme ai colleghi Stefano Iacus e Andrea Ceron, è artefice di una start-up accademica che ha sviluppato un algoritmo capace di leggere i cinguettii a 140 caratteri pro Califfato...

Grazie all’autorizzazione del gruppo Class Editori, pubblichiamo l’intervista a Luigi Curini uscita sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi

“L’Isis sta perdendo la battaglia dei tweet”, lo dice il politologo della Statale di Milano, Luigi Curini. Milanese, classe 1972, Curini, assieme ai colleghi Stefano Iacus e Andrea Ceron, è artefice di una start-up accademica, legata all’analisi dei dati nella comunicazione sociale. Voices from the blogs, così si chiama, ha sviluppato un algoritmo capace di leggere il “sentiment”, si potrebbe dire l’umore, dei social networks, sopratutto i cinguettii a 140 caratteri che paiono aver stregato la comunità araba.

“Secondo Arab Barometer, fra il 30 e il 40% di chi parla l’arabo nel mondo è connesso a Internet, specialmente tramite dispositivi mobili e Twitter è assai diffuso”, spiega infatti Curini, che aggiunge trattarsi “di un fenomeno trasversale: moderati e radicali, laici e fondamentalisti sono connessi più o meno allo stesso modo”.

I professori hanno ormai raccolto oltre 30 milioni di tweet a partire da luglio dell’anno scorso quando, dopo due mesi di analisi, tirarono le conclusioni per il Guardian, che gli aveva commissionato la ricerca: “Per il quotidiano inglese analizzammo oltre 2 milioni e 195mila posti fino alla fine di ottobre 2014, mostrando come le percentuali più alte di consenso in Europa (oppure: tra le percentuali pù alte ecc: c’erano paesi fuori Europa con valori più elevati di Belgio e Francia) all’Isis veniva proprio dal Belgio e dalla Francia”.Quella ricerca è poi andata avanti con, in mezzo, le doppie stragi parigine di Charlie Hebdo e di venerdì 13 ottobre.

Curini, le stragi europee, hanno cambiato il sentiment dei social?

Stiamo analizzando il post-Bataclan ma abbiamo potuto vedere l’impatto della strage di gennaio, contro il giornale satirico Charlie Hebdo e il supermercato parigino.

E che cosa rileva il vostro algoritmo?

Che nei giorni successivi alla strage di Charlie Hebdo c’è stato un rarefarsi dei tweet pro Stato Islamico.

Il contrario di quello che si era pensato guardando i servizi tv, incluso quello sull’arresto del comico antisemita Diudonné: pareva cioè che ci fosse una condiscendenza generale dei musulmani, perché si era colpita la blasfemia.

No, invece per cinque-sei giorni si è registrato questo calo.

Che idea se n’è fatta?

Che dipendeva da vari fattori. Uno è che l’ondata d sdegno aveva toccato anche il mondo arabo, un altro riguardava il timore di esporsi e dell’utilizzo per così dire poliziesco di quei tweet. Non peregrina neppure l’ipotesi che il contraccolpo emotiva avesse indotto quanti in precedenza, parlavano in modo neutrale di Isis, a prendere posizione contraria, facendo diminuire sostenitori.

Già, perché di che percentuali si parla?

Noi analizziamo solo i tweet che parlano di Isis, escludendo quelli che citano lo Stato islamico senza prendere posizione. Fra gli altri, i favorevoli sono circa il 20%, ossia una minoranza. Isis, malgrado si serva di una raffinata propaganda, sta perdendo la battaglia dei social, proprio laddove si parla arabo.

I supporter di Daesh che meriti gli attribuiscono?

L’interpretazione corretta del Corano: sostengono che lo Stato Islamico sia il vero Islam.

E i contrari che argomentazioni portano?

L’usurpazione della vera fede islamica. In pratica, favorevoli e contrari sono divisi sempre su basi religiosa e questa è una buona notizia, perché evidentemente lo scontro di civiltà preconizzato da Samuel Huntington non sarebbe alle viste. Ma c’è anche un altro aspetto che spesso ci sfugge.

Vale a dire?

Un tema che è come un fil rouge fra i cinguettii a sostegno del Califfato è l’idea che Al Baghdadi abbia riportato ordine e stabilità in un’area disastrata.

Anche questo è un aspetto che in Occidente non è molto presente quando si considera questo fenomeno.

Sì, perché spesso dimentichiamo che per certi Paesi, pensiamo alla Siria, all’Iraq o alla Libia, paradossalmente lo Stato Islamico rappresenta una stabilizzazione rispetto alla guerra, per bande e fra bande, che si era scatenata. Recentemente, in Danimarca, ho partecipato a un seminario della Fondazione Carter che ha ricostruito l’immediato inizio della guerra civile siriana: a fronteggiare Assad c’era un incredibile caos di formazioni, spesso in competizione fra loro.

E tra l’altro quella della stabilità è una delle leve della propaganda del Califfo: circola un film che mostra come a Raqqa si voglia ricostruire anche un sistema economico basato sulla solidità dell’oro, contro la finanziarizzazione praticata dagli infedeli.

Esatto, ma risulta anche che l’Isis stia organizzando anche forme di welfare sui propri territori e dinnanzi al caos, la gente sceglie l’ordine. Ma questo lo spiegava anche Hobbes nel Leviatano.

Dalla mappatura di questa “twittersphera”, chiamiamola così, voi avete disegnato i contorni geografici del consenso, seppure virtuale, dell’Isis.

In un certo qual modo. E si tratta di un consenso ma, come si è visto, in misura maggiore un dissenso, reali o quantomeno realistici, perché non vengono esclusivamente dalle seconde o terze generazioni di islamici europei. La nostra ricerca prende in esame la comunità araba su Twitter e solo i tweet in arabo.

Non quindi i tweet in inglese con scopo propagandistico.

Proprio così, abbiamo censito dal Giappone, dove sono presenti immigrati indonesiani di religione musulmana che conoscono l’arabo, agli Emirati, al Maghreb, all’Europa, fino agli Stati Uniti.

Che cosa emerge?

Che il consenso a Daesh prende vigore lontano dalle terre del Califfo, probabilmente per una visione romantica di quei combattenti da parte delle seconde-terze generazioni, è il caso di alcuni paesi europei, e del Qatar, dove c’è il più alto sostegno, col 47% dei tweet favorevole. Il consenso però cala laddove l’Isis si vede da vicino, come in Siria, dove crolla al 7,6%.

Insomma “Isis, se lo conosci, lo eviti” si potrebbe parafrasare un fortunato slogan pubblicitario.

Precisamente.

E in Europa?

Nell’ordine Belgio, Gran Bretagna e Francia, rispettivamente col 31%, 21,8 e 20,8 di interventi a favore sul social.

L’Italia com’è messa?

Bassa, siamo al 9,8. Molto più filo-Califfo i tweet giapponesi, attribuibili, come le dicevo, all’emigrazione indonesiana, e che raggiungevano il 10% dei totali nel Sol Levante.

Ma per tornare alle fluttuazioni del consenso ai terroristi, cos’altro si è notato, in relazione ai fatti d’attualità?

Che la riduzione dei tweet positivi è stata più netta e più duratura in corrispondenza di atti terroristici che colpivano il mondo islamico, come quando a essere bersaglio delle bombe o degli attacchi erano imam o altri musulmani. Sa qual è stato il picco negativo di tweet pro-Califfo?

Quando?

Quando fu bruciato vivo un pilota giordano, si chiamava Muad Kasasbeah, della Coalizione che era prigioniero, in un barbaro rituale di morte. In confronto, la serie di decapitazioni di freelance occidentali, che avevano preceduto quell’esecuzione, aveva sortito un effetto di riprovazione minore.

Insomma il mondo arabo stigmatizza di più quando le vittime sono musulmane. Reazione speculare a quella del mondo europeo o nordamericano per le vittime occidentali.

È un fenomeno analogo a quello che abbiamo vissuto in Europa negli anni del terrorismo, sia in Italia sia in Germania.

Ossia?

La mobilitazione più forte e decisiva si è registrata quando l’attacco veniva portato alla propria constituency. Finché le Brigate Rosse colpivano magistrati, poliziotti, capi reparto, l’indignazione c’era, ma relativa

Quando toccò a un sindacalista della Cgil, come fu per Guido Rossa a Genova, scattò la mobilitazione. E fu decisiva.

Precisamente. Per questo, certe reazioni anti-Isis che arrivano dal mondo islamico fanno sperare.

Ma lei, professore, che idea s’è fatto dell’approccio europeo e italiano a questa crisi?

Personalmente, trovo che la reazione «boots on the ground», scarponi sul terreno, e del «bombardiamo subito» sia un po’ naif.

Vale a dire?

Mi pare una reazione che non tenga conto della complessità del fenomeno, molto più sfaccettato e articolato di come ci ostini a rappresentarlo col semplice stereotipo della barbarie.

Non lo è?

Certo. Ma anche se colpissimo duramente Raqqa, ci resta il problema delle banlieue francesi o dei quartieri di Bruxelles.

Ecco, ma per quei mondi, non sarebbe ora che l’intelligence usasse i dati dei social come fate voi?

Sì, in America accade da tempo, ma in Europa c’è effettivamente un certo ritardo. Per questo la mobilitazione di Anonymous

 …l’organizzazione informale degli hacker

Esatto. Aver chiuso centinaia di account filo-Daesh, non è stata una trovata geniale. Per comunicare, si spingeranno su altre piattaforme: meglio che gli estremisti possano essere monitorati.

Twitter e i social non potrebbero essere invece usati dall’Intelligence come contro-propaganda? Gli Israeliani, per esempio, fanno controinformazione in modo molto raffinato ed efficace, sbugiardando la propoganda in rete di Hamas dopo pochi minuti.

Sì, un utilizzo intelligente e contropropagandistico potrebbe essere importante proprio per le seconde e terze generazioni musulmane europee, sulle quali i cinguettii del Califfo fanno il loro effetto.

Condividi tramite