Il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato una risoluzione sul futuro politico della Libia, legittimando gli accordi siglati una settimana fa esatta a Skhirat, in Marocco, tra i rappresentati dei due pseudo-esecutivi e di alcune fazioni combattenti.

Confermata la cosiddetta “Presidenza” di cui fanno parte 6 personalità che erano già state indicate dall’Onu (il premier Fayez Sarraj, i tre vicepremier Ahmed Maetig, Fathi Majbri e Musa Koni, e i due ministri Omar Aswad e Mohamed Ammar). Il consiglio di presidenza istituito avrà come compito fondamentale la formazione di un governo entro 30 giorni, oltreché chiudere gli accordi sulle questioni di sicurezza, aspetto nevralgico per riportare stabilità nel Paese e permettere il ritorno della capitale a Tripoli.

Il Cds definisce la crisi libica «un pericolo per la pace e la sicurezza nazionale» e chiede a tutti gli Stati membri dell’Onu di «rispondere con urgenza alle richieste di assistenza» che possano arrivare dal Paese nordafricano e alla comunità internazionale richiede la disponibilità a fornire assistenza immediata per «sconfiggere» i jihadisti dell’Isis che hanno preso il controllo di ampie aree del Paese negli ultimi mesi. Passaggi del documento che sono una chiara apertura ad un intervento militare e ne offrono già una base legale, fermo restando che secondo la risoluzione le azioni dovranno comunque essere coordinate con il futuro esecutivo libico.

AZIONI MILITARI

Da qualche tempo si parla della disponibilità data da diverse nazioni occidentali per un training militare alle forze armate libiche e segnare la presenza sul terreno, dove alcuni gruppi combattenti potrebbero non aderire al cessate il fuoco: primo su tutti, lo Stato islamico, che ha creato a Sirte, ex città del rais Gheddafi sulla cosa centro-orientale, una sua roccaforte.

Il ruolo dell’Italia

Paolo Valentino sul Corriere della Sera, sostiene che «per l’Italia, il passo in avanti segnato al Palazzo di Vetro avvicina anche il momento della verità». Secondo il CorSera, ieri, «al telefono con il ministro della Difesa Roberta Pinotti, il capo del Pentagono, Ashton Carter, ha confermato che gli alleati americani e gli altri membri permanenti del Consiglio di Sicurezza riconoscono al nostro Paese la leadership di ogni eventuale operazione di sicurezza riguardante la Libia». Il futuro governo avrà il compito di decidere se ricevere (e come) eventuali aiuti, ma conclude Valentino, «in un Paese infestato da milizie armate fino ai denti, è più probabile che le garanzie di sicurezza richieste riguarderanno addestramento militare, formazione delle forze di sicurezza, protezione di siti strategici, tutte cose nelle quali l’Italia ha sempre primeggiato».

Le operazioni in atto

La Stampa aveva parlato di un piano già progettato, che avrebbe coinvolto i Carabinieri italiani, concordato (e forse coordinato) dal generale di corpo d’armata Paolo Serra, consigliere militare del segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon (e dell’inviato dell’Onu in Libia, il tedesco Martin Kobler), che secondo il giornale torinese sarebbe l’incaricato di studiare un piano che in «quaranta giorni» creerà «una cornice di sicurezza nella capitale della Libia, Tripoli». Da qualche settimana, inoltre, viene segnalata la presenza di forze speciali italiane, impiegate sul suolo libico con il compito di acquisire informazioni preliminari, nell’ottica di un’operazione contro le postazioni dello Stato islamico; questa circostanza è stata confermata a Formiche.net da fonti che preferiscono l’anonimato.

Quattro paesi pronti

L’ambasciatore libico alle Nazioni Unite, Ibrahim al-Dabashi, intervenendo sul giornale arabo con sede a Londra Asharq al-Awsat per commentare la risoluzione Onu, ha annunciato che ci sono già quattro paesi occidentali pronti ad intervenire in Libia: «Italia, Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti». «La risoluzione Onu 2210 ─ ha aggiunto Dabashi ─ chiede a tutti i Paesi di combattere il terrorismo in Libia, cosa che rappresenta una lampante autorizzazione che comporta soltanto l’onere, per i differenti Paesi, di informare in anticipo la Libia e coordinarsi con lei». L’obiettivo sarà lo Stato islamico, ma tra i target potrebbero finire anche gruppi locali estremisti, come Ansar al Sharia, il cui smottamento ha permesso la creazione del network di contatti di cui si è servito l’Isis per consolidarsi a Sirte.

I tempi dell’operazione

Il diplomatico libico non ha specificato tempi e modi di intervento. Ieri il Figaro ha scritto che «i piani di intervento per mettere in piedi una coalizione internazionale per combattere lo Stato islamico in Libia» sono pronti, e l’Italia avrà il ruolo guida. Per «sradicare il cancro del Daesh e le sue metastasi libiche infatti», continua il quotidiano francese citando fonti della Difesa, «l’azione militare è ormai da considerarsi essenziale nell’orizzonte di sei mesi, o al più tardi nella prossima primavera». Il Figaro conferma anche molte delle ipotesi di queste settimane: la Francia sta già effettuando voli di intelligence sopra Sirte e sull’area petrolifera a sud est, per verificare le reali estensione delle zone controllate dal Califfato (questi volo sono stati più volte segnalati negli ultimi giorni da fonti locali e osservatori). Un impegno in parte già attivo, dunque: una settimana fa, un gruppo di forze speciali americane è stato bloccato da una milizia libica che controlla l’aeroporto militare di al Watiyah, vicino al confine tunisino, perché il loro arrivo non era stato coordinato con le autorità locali (il coordinamento di cui parlava Dabashi). La pagina Facebook dell’aviazione libica ha diffuso due giorni fa un video delle operazioni di “rimbarco” dei soldati americani: dalle immagini pare che si tratti di Raiders dei Marines, il Marsoc (Marines Special Operations Corps), e dall’equipaggiamento pare chiaro che la loro missione era in un’ottica “long stay”.

 

(Foto Ministero della difesa)

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