Il punto di Matteo Matzuzzi

La Santa Sede e lo Stato di Palestina – si legge nel comunicato stringato diffuso ieri all’ora di pranzo dalla Sala stampa vaticana – hanno notificato reciprocamente il compimento delle procedure richieste per l’entrata in vigore dell’Accordo tra i due stati. E’ l’ultimo passo che completa un percorso durato anni, cominciato nel 2000 con la firma dell’accordo base tra la Santa Sede e l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp). Già dal 1994, però, le due entità avevano stabilito rapporti ufficiali. L’accordo attuale, chiariva mons. Antoine Camilleri, sottosegretario per i Rapporti con gli Stati, completava l’intesa del 2000: non la sostituiva.

LA FIRMA DEL 26 GIUGNO 2015

Lo scorso 26 giugno, a Roma, era stato firmato l’Accordo Globale, “risultato dei negoziati affidati a una commissione bilaterale nel corso degli ultimi anni”. In tale occasione, il Segretario per i Rapporti con gli Stati, mons. Paul Richard Gallagher, aveva sottolineato che a differenza del testo firmato nel 2000 con l’Olp, questo “viene firmato dalla Santa Sede con lo Stato di Palestina, e ciò come segno del cammino compiuto dall’Autorità palestinese negli ultimi anni e soprattutto dell’approvazione internazionale culminata nella risoluzione dell’Assemblea generale dell’Onu, del 29 novembre 2012, che ha riconosciuto la Palestina quale Stato osservatore non membro delle Nazioni Unite”. L’auspicio, aveva aggiunto Gallagher, è che “il presente Accordo possa in qualche modo costituire uno stimolo per porre fine in modo definitivo all’annoso conflitto israeliano-palestinese, che continua a provocare sofferenze ad ambedue le parti”.

LA LINEA DEL VATICANO: DUE STATI

Il rappresentante della Santa Sede, poi, ribadiva quella che da sempre è la linea ufficiale del Vaticano: il riconoscimento dell’esistenza di due Stati sovrani. Concetto che era stato fatto proprio anche dal Papa nel discorso al Corpo diplomatico, il 12 gennaio di un anno fa: “Il mio pensiero va soprattutto al Medio Oriente, a partire dall’amata terra di Gesù, che ho avuto la gioia di visitare nel maggio scorso e per la quale non ci stancheremo mai di invocare la pace. Lo abbiamo fatto, con straordinaria intensità, insieme all’allora Presidente israeliano, Shimon Peres, e al Presidente palestinese, Mahmud Abbas, animati dalla fiduciosa speranza che possa riprendere il negoziato fra le due parti, inteso a far cessare le violenze e a giungere ad una soluzione che permetta tanto al popolo palestinese che a quello israeliano di vivere finalmente in pace, entro confini chiaramente stabiliti e riconosciuti internazionalmente, così che la soluzione di due Stati diventi effettiva”.

I TERMINI DELL’ACCORDO

L’Accordo, costituito da un Preambolo e da 32 articoli, riguarda soprattutto la vita e l’attività della Chiesa in Palestina. In particolare, viene chiaramente stabilito il riconoscimento giuridico della Chiesa, nonché sono esplicitate le garanzie perché la Chiesa e le sue istituzioni possano agire sul territorio. “I cattolici – aveva detto mons. Gallagher lo scorso giugno – non vogliono nessun privilegio se non continuare a collaborare con i loro concittadini per il bene della società”. Il documento veniva fin da subito citato a modello, come “buon esempio di dialogo e di collaborazione” nel “contesto complesso del medio oriente, dove in alcuni paesi i cristiani hanno sofferto persino la persecuzione.

LA “DELUSIONE” DI ISRAELE

La reazione israeliana era stata di disappunto. Il portavoce del ministero degli Esteri, commentando l’avvenuta firma dell’Accordo, aveva espresso la “delusione” del governo di Gerusalemme, affermando altresì che l’epilogo della vicenda non avrebbe contribuito “a riportare i palestinesi al tavolo delle trattative”. In particolare, a essere contestata da parte di Israele era la definizione di “Stato di Palestina” messa nero su bianco nel trattato.

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