Conversazione di Formiche.net con il professore ed editorialista Alessandro Corneli, esperto di geopolitica, che analizza l'eredità lasciata da Obama nel giorno in cui il presidente degli Stati Uniti tiene il suo ultimo discorso sullo stato dell'Unione

Dopo quasi otto anni alla Casa Bianca, Barack Obama, che nel 2016 terminerà il suo secondo mandato presidenziale, terrà oggi il suo settimo e ultimo discorso sullo stato dell’Unione. Un’orazione attesa, che consentirà di tracciare un bilancio dei risultati raggiunti dal capo di Stato della prima potenza al mondo.

Quali sono stati i suoi obiettivi centrati? In cosa, invece, ha sbagliato o deluso? E che eredità lascia?

Sono alcuni degli aspetti analizzati in una conversazione di Formiche.net con il professore ed editorialista Alessandro Corneli, esperto di geopolitica e relazioni internazionali.

Professor Corneli, che presidenza è stata quella di Barack Obama?

Una presidenza incompiuta. Il capo di Stato democratico ha aperto diversi fronti, ma ha ottenuto risultati accennati.

Per cosa verrà ricordato positivamente il presidente Usa?

Per diverse cose. Ha saputo gestire la crisi finanziaria iniziata con la presidenza di George W. Bush, evitandone di nuove, almeno in Occidente. Il Paese è tutto sommato in ripresa economica. Ha migliorato il sistema sanitario nazionale, facendo accettare all’opinione pubblica americana, almeno in parte, come sia importante avere senso di solidarietà e meno individualismo su alcune tematiche, come quella della salute. Ha sollevato la criti​cità dei debiti accumulati dagli studenti durante gli anni scolastici. Non ha portato la nazione a intraprendere nuovi impegni militari. E ha dato un’accelerazione non indifferente alla lotta al cambiamento climatico, incentivando così anche lo sviluppo di nuove tecnologie per inquinare di meno.

Quali, invece, i lati negativi dei suoi mandati?

Il suo tentativo di riposizionare gli Usa nel mondo, rendendoli meno interventisti e più collaborativi rispetto ai suoi predecessori, è riuscito a metà. Manca di una vera strategia. Capisco quanto sia difficile per una presidenza attenuare un’alleanza tradizionale come quella con l’Arabia Saudita e riequilibrarla con quella con l’Iran. Esistono interessi consolidati che è difficile scalfire. Ma anche in altri ambiti il risultato delle scelte di Obama è risultato la somma di alcune incertezze.

Ad esempio?

È vero che Obama può ragionevolmente vantarsi di non aver impegnato gli Usa in nuovi conflitti militari. Ma non ha concluso quelli in Iraq e Afghanistan, la questione siriana è quanto mai aperta e il problema del Califfato è esploso. Sono tutte questioni che lascia in eredità ad altri. Anche in economia ha ottenuto risultati in chiaroscuro. I posti di lavoro crescono, ma diversi studi li considerano meno qualificati di quelli del recente passato. In parole povere ci sono più camerieri e meno operai specializzati. Infine c’è il tema della riforma del mercato finanziario. Come detto ha evitato nuove crisi oltre Atlantico e di riflesso in Europa, ma non è stata in grado di tamponare quella, enorme, che osserviamo in Cina.

Tirando le somme, Obama lascia un’America migliore o peggiore di quella che ha trovato al suo arrivo alla Casa Bianca?

Lascia un Paese in bilico, che non penalizzerà la corsa di Hillary Clinton, anzi, ma che può scegliere di migliorare in modo deciso se abbraccerà alcuni cambiamenti strutturali che il presidente è riuscito, come detto, ad avviare, ma non a terminare.

Di chi è la colpa di queste riforme a metà?

Non sarebbe corretto dire che è sua, almeno non totalmente. Non ha avuto grande sostegno interno ed è stato spesso accusato di socialismo, in particolare dai falchi repubblicani. Ma a parte questo, la verità è che oggi, rispetto a qualche anno fa, il tempo corre più veloce di quello che servirebbe per risolvere problematiche enormi. Basti pensare che la II Guerra mondiale si concluse nel corso di un mandato presidenziale. Non è pensabile, invece, che la crisi del Medio Oriente, la crescita dello Stato Islamico o il cambiamento climatico vengano affrontati da un solo presidente. C’è, insomma, una certa incompatibilità tra i tempi delle istituzioni e della democrazia – comprese le esigenze di campagna elettorale – e alcuni nodi che richiederebbero un tempo maggiore per essere sciolti.

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