Il governo siriano avrebbe sostenuto per anni una politica statale di sterminio nei confronti degli oppositori. È quanto si legge in un rapporto del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che si intitola “Out of Sight, Out of Mind: Deaths in Detention in the Syrian Arab Republic”. In questo, come sottolineato nel documento, il regime non sarebbe secondo alle brutalità commesse quotidianamente dallo Stato islamico e da altri gruppi jihadisti.

Molti detenuti sarebbero stati picchiati fino alla morte, altri sarebbero deceduti per mancanza di cibo, acqua o cure mediche nelle carceri, affermano gli investigatori dell’Onu, che sulla base di testimonianze raccolte tra centinaia di siriani in un arco temporale che parte dal marzo del 2011, accusano Bashar al Assad di aver commesso “crimini contro l’umanità”.

Nel report, si indica anche che diverse migliaia di persone potrebbero tuttora essere detenute dal governo, circostanza indicata come “crisi urgente e su larga scala”, che “dipinge un quadro terrificante delle violazioni” di diritti umani “in atto”.

I METODI

Le principali strutture di detenzione e tortura sarebbero situate a Kafr Soussa, ad ovest del centro di Damasco: strutture gestite dal General Security Directorate per mano della Internal Security division (anche nota come “branch 251”). Le condizioni inumane dei luoghi di detenzione porterebbero spesso alla morte dei detenuti, che poi verrebbero sepolti in fosse comuni: gli ufficiali non solo sarebbero costantemente informati dei decessi, ma sarebbero loro stessi a fornire le indicazioni per le torture ai sottoposti.

Anche gli elementi del governo, secondo il report, erano e sono a conoscenza della questione, avendo permesso lo sviluppo di un apparato repressivo di sicurezza, in cui in passato erano stati segnalati ruoli centrali occupati anche dalle shabiha, le milizie volontarie paramilitari lealiste, a cui il regime affida i compiti più sporchi anche per tenere le mani pulite davanti a possibili accuse della comunità internazionale. Rapimenti, isolamenti, pestaggi, torture di ogni genere, che spesso degenerano fino all’uccisione.

UN SISTEMA NOTO

Quello siriano è un apparato per lo sterminio e la tortura di Stato, si denuncia, simile a quello descritto in un’inchiesta del New York Times sull’Egitto, uscita il giorno successivo al rapimento del ricercatore italiano Giulio Regeni, trovato morto otto giorni dopo la sua sparizione. I due giornalisti che hanno seguito il reportage del giornale americano, Declan Walsh e Amina Ismail, sostengono che il governo del presidente Abdel Fattah al Sisi adotti l’uso delle sparizioni forzate contro l’opposizione come prassi: persone, anche soltanto sospettate di posizioni contrarie al governo, portate per mesi in centri di detenzione clandestini, sottoposte a interrogatori e torture, senza alcuna accusa ufficiale, e senza che le famiglie vengano avvertite. Un sistema di repressione e minacce, che accomuna Sisi al nemico Assad.

IL MOMENTO FAVOREVOLE DI ASSAD

Il report, che sottolinea come il regime siriano sia tra i più repressivi e spietati del mondo, arriva in un momento in cui i governativi si trovano in un vantaggio tattico e strategico senza precedenti dall’inizio del conflitto. L’intensificarsi dei bombardamenti russi nell’area di Aleppo, la seconda città più importante della Siria da tempo in mano ai ribelli, starebbe tagliando le linee di alimentazione interne ed esterne – via Turchia – ai combattenti anti Assad. Gli attacchi russi hanno raggiunto quasi cento sortite giornaliere, anche se fonti tra i ribelli parlano di 200: un ritmo che, secondo diversi analisti, non sarà a lungo sostenibile da Mosca.

Lunedì, durante un incontro bilaterale ad Ankara, la cancelliera tedesca Angela Merkel si è detta “inorridita” dai raid russi, che spesso colpiscono ancora indiscriminatamente sia civili sia combattenti, e che hanno prodotto una nuova ondata di profughi.

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