L'approfondimento di Battista Falconi

Proprio nel momento in cui la borghesia liberale italiana sembra desaparecida, paradossalmente, il Corriere della sera sembra tornare all’altezza della sua migliore tradizione di organo di riferimento di questo ceto socio-culturale. Sia la crisi dei giornali “di destra” che apre spazi, sia la necessità di fronteggiare Repubblica, che aggressivamente si conferma “giornale partito” della sinistra italiana (anch’essa non meno in crisi, peraltro) anche se forse in una versione meno arrembante con la direzione di Mario Calabresi, il quotidiano di via Solferino inanella sempre più spesso commenti, editoriali e servizi vivaci, politicamente scorretti, esenti dai buonismi ormai inderogabili per la gran parte della multimedialità italiana.

Senza sminuire l’autorevolezza del nuovo direttore Luciano Fontana, secondo alcuni osservatori questa linea editoriale rimanda al rinnovamento avviato a suo tempo da Paolo Mieli, il cosiddetto “mielismo”, mescolanza di trasversalità politica e di “alto e basso” in termini culturali con cui il Corriere cerca di intercettare un ceto medio “liquido” e sfilacciato. Non a caso proprio Mieli è l’autore di alcuni dei più significativi articoli a cui ci stiamo riferendo, per esempio “La lezione da apprendere del Teatro Bataclan”, “L’errore del fronte anti Le Pen” (su questo tema ha scritto cose fuori dal coro anche Massimo Nava in “Non chiamiamo più populista chi è deluso dall’Europa”) e soprattutto “La nuova offensiva globale del politicamente corretto”.

Mieli a parte, le due firme più impegnate su questo fronte sono quelle di Aldo Cazzullo, basti leggere il suo reportage controcorrente sul Family Day “Qualcosa di nuovo al Circo Massimo”, e Pierluigi Battista, che alla necessità di un dialogo aperto a destra ha dedicato anche il suo ultimo libro “Mio padre era fascista”, presentato venerdì scorso al Maxxi di Roma con Francesco De Gregori, Margaret Mazzantini e Giovanna Melandri. Ma la coorte giornalistica alla quale il Corrierone può far ricorso è amplissima. Polemiche sul presepe? Ecco un cattolicone sempre smagliante, anche se un po’ lontano dai riflettori, come Vittorio Messori: “Natale e la debolezza dell’Europa che a quei valori non crede più”. Elton John attacca Dolce e Gabbana, perplessi su alcuni diritti gay e fautori della famiglia tradizionale? Mauro Magatti scrive della “Difesa della famiglia nell’era ipertecnica”. Sulla fiscalità, dice cose sicuramente gradite al ceto abbiente ma senza concessioni alla demagogia Maurizio Ferrera: “Chi vuole meno tasse deve pagare di più i servizi”.

Questo tipo di interventi non è relegato ai temi politici, ma anzi si allarga ad ambiti e ottiche diversi, un po’ come fa Repubblica nelle pagine di R2, ed ecco Claudio Magris che parla di “Quel complesso di colpa che ispira l’equivoco buonista”. Inopinatamente, un fisico come Carlo Rovelli, ancora sulle questioni identitario-religiose, spiega “Perché non possiamo rinunciare alle feste”. E un altro esponente della comunità scientifica, Telmo Pievani, avverte che “L’altruismo (ma non troppo) fa bene” dalle pagine della Lettura, supplemento che l’editore ha coraggiosamente separato a pagamento facoltativo. Ma danno spazio a queste voci “terze” anche gli allegati più popolari come Sette, dove un riformista doc come Antonio Polito avverte che “Gli stranieri? Vanno educati” e un commentatore in odore di “reazione” come Danilo Taino auspica che “Il politicamente corretto non diventi censura”: partenze ideologiche diverse, convergenza verso quel buon senso oggi posto sotto attacco dal soft power. Vengono assoldati anche commentatori stranieri che di solito “non la mandano a dire”, per esempio Bernard Henri-Levy con “I musulmani delle nostre città ora ci dicano con chi stanno” o Roger Abravanel: “La nostalgia sindacale oggi è fuori dal tempo” (una mazzata alla già pericolante difesa dei lavoratori la dà anche Dario Di Vico con “La giungla dei 700 contratti nazionali che fa prosperare i piccoli sindacati”).

Il Corriere sembra aver definitivamente superato la deriva subita durante gli anni di piombo, nell’epoca dell’ancora tristemente memorabile titolo con cui il diede notizia dell’attentato brigatistico contro Indro Montanelli senza citarne il nome? Di certo, sembra voler recuperare il target moderato, cercando però (e qui di nuovo torna buono il confronto con Repubblica) di formare le idee dei suoi lettori, anziché seguirle come fanno sovente Libero e Giornale che, in questo, resterebbero comunque insuperabili. Ed è questa stessa accortezza che, probabilmente, induce la direzione a tenere lontane penne efficacissime ma più estreme o dichiarate come Massimo Fini e Marcello Veneziani.

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