Il ricordo di Gianfranco Morra

Ciò che più stupiva nella produzione di Ida Magli, a metà fra antropologia culturale e psicologia sociale, era non solo la compresenza, ma anche l’interdipendenza di due atteggiamenti di solito separati: la rigorosa scientificità delle sue ricerche e la battaglia all’ultimo sangue contro le banalità e i luoghi comuni del «politicamente corretto».

Da un lato, l’antropologa, una studiosa di rara autenticità, che ci ha lasciato opere di forte spessore, come Gli uomini della penitenza (1982), affresco sulla civiltà medioevale tra attesa escatologica, pauperismo e ordini mendicanti; o come Gesù di Nazareth: tabu e trasgressione (1982).

Dall’altro la spietata demolitrice di tutti i miti di noi civilizzati, che hanno sostituito, ma anche banalizzato quelli dei «selvaggi» (Alla scoperta di noi selvaggi, 1981).

Aveva innalzato presto la bandiera della Controcorrente. Prima a sinistra, negli anni Ottanta, penna apprezzata di «Repubblica» e dell’«Espresso», aveva smascherato il cristianesimo conformista e i furbetti della democristianeria padrona. Ma ben presto passò dall’altra parte, con una scelta che, in lei, non poteva essere politica, ma antropologica.

L’Italia aveva capovolto i parametri tradizionali, si era liberata dei vecchi miti religiosi e sociali, ma aveva cominciato anche un cammino di degenerazione e sfacelo.

E la esperta musicologa applicò ancora una volta le note per difendere l’uomo e la nazione, questa volta sul crinale della destra, divenendo una delle più importanti firme del «Giornale». Dove imbastì la sue liberatorie, ma anche sconcertanti polemiche. Con una violenza che l’hanno fatta paragonare alla Fallaci.

La sua scienza antropologica le aveva fatto capire il processo distruttivo dell’uomo e delle sue relazioni nella nostra società.

Del calcio e della sua guerra criminale, come anche dell’Aids, sostenuti da potenti interessi economici, fu interprete e giudice spietato.

Del femminismo, che aveva cercato di leggere come liberazione, capì subito l’imitazione ritardata del potere maschile, col pericolo di una perdita di quanto la donna deve avere di specifico. Anche il femminismo è divenuto una nuova forma de La violenza sulle donne (1993): «Ho passato una vita per difenderle, ma ora ho capito che non sanno fare politica, sono incapaci di avere una sola idea nuova».

Già all’inizio degli anni Novanta, caduto il comunismo sovietico, aveva intuito che il più grande pericolo per l’Occidente arrivava dal mondo islamico, del tutto chiuso e nemico delle nostre libertà.

Fu tra i primi a chiedere di bloccare l’immigrazione, doppiamente nociva per chi viene e per noi che li riceviamo. Ma penetrò ancora più a fondo il dramma attuale della nostra civiltà.

I suoi scritti sull’Europa (Contro l’Europa: tutto quello che non vi hanno detto di Maastricht, 1997; La dittatura europea, 2012; Dopo l’Occidente, 2010) esprimono, anzi gridano la convinzione che ciò che bisogna difendere contro l’invasione islamica non è l’Europa, questo ente artificiale, ma la specificità delle differenti nazioni europee.

L’Unione Europea si è rivelata una istituzione falsa e nociva, non è stata un fallimento, ma un progetto pensato e realizzato per Distruggere l’Occidente (2006), «al fine di favorire la vittoria dell’Oriente islamico contro l’America».

Ciò che invece dovremmo fare è Difendere l’Italia (2013). Che significa uscire dall’Unione Europea. Ma come farlo, quando un Prodi ci regala la moneta unica europea, strumento creato dal nulla della distruzione della politica e della dittatura economica? O quando Mario Monti accetta con nonchalance la sudditanza del nostro paese ai teutonici?

Le aggressioni degli islamici contro le donne di Colonia l’avevano sconvolta e ancor più l’impotenza dell’Unione Europea a difenderle, il loro abbandono è stato mistificato come filantropia: «L’Europa non progredisce agli occhi di nessuno, il suo potere politico è quasi nullo malgrado le immense ricchezze profuse a tal scopo, malgrado l’imposizione della moneta unica, malgrado le regole imposte da Bruxelles per far diventare uguali, se non gli uomini, almeno le zucchine e la curvatura delle banane, i recinti per le galline e, al colmo del grottesco, anche i sedili dei mezzi di trasporto pubblici, cui i tedeschi si sono opposti perché i loro sederi sono più grossi».

Esagerazioni, unilateralità, paradossi. Senza dubbio anche questo. Ma retto da una amore per la schiettezza e la sincerità in una battaglia contro l’ovvietà e l’industria della democrazia egalitaria e totalitaria, questa tomba dell’uomo.

(Articolo pubblicato sul quotidiano Italia Oggi diretto da Pierluigi Magnaschi)

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