L'analisi del giornalista Stefano Vespa

Se l’accordo raggiunto in Libia per il nuovo governo reggerà davvero, gli alibi saranno finiti perché cadrà la foglia di fico della necessità di una richiesta libica per un intervento militare internazionale. Se davvero un governo si insedierà, la richiesta di aiuto per battere i terroristi dell’Isis arriverà presto e tutte le nazioni interessate dovranno mettere sul tavolo proposte e disponibilità concrete. D’altra parte, se dovesse fallire anche questo negoziato, un intervento internazionale sarebbe comunque indispensabile per evitare che gli uomini del Califfato aumentino le aree di influenza e che, con l’arrivo della bella stagione, il flusso di immigrazione raggiunga livelli altissimi.

Da mesi sappiamo che l’Italia è disponibile ad assumere la leadership politica di un intervento internazionale, ruolo riconosciuto anche dagli Stati Uniti. Appaiono invece ancora nebulosi le caratteristiche ed eventualmente i limiti della leadership. In questo momento l’Italia ha circa 5.200 uomini impegnati nelle missioni internazionali: 900 in Afghanistan, 1.100 in Libano, 600 nei Balcani, 700 in Iraq, 650 in mare con Eunavfor Med, 110 in Somalia, 180 nelle missioni antipirateria e 154 a Gibuti. In Iraq, però, stanno per aumentare sensibilmente: altri 130 militari andranno a Erbil con il compito di «personnel recovery», cioè di recupero di eventuali feriti e dispersi in zone di combattimento, per i quali si attende ancora la decisione del Consiglio dei ministri inizialmente prevista nei giorni scorsi. Il ministro della Difesa, Roberta Pinotti, ha spiegato che in questo modo l’Italia risponderà alla richiesta di aiuto in funzione antiterrorismo avanzata dal presidente francese, François Hollande, all’indomani degli attentati di Parigi del novembre scorso. È curioso, però, che nella trasmissione Otto e mezzo del 2 febbraio la Pinotti abbia parlato del nuovo impegno spiegando che andremmo a svolgere quanto finora fatto da militari statunitensi che l’amministrazione guidata da Barack Obama pensa di spostare in Turchia per utilizzarli in Siria. Sembrerebbe di capire che sostituiamo gli americani e dunque non è chiaro quanto questo riguardi Hollande.

C’è poi la questione della diga di Mosul che l’azienda italiana Trevi dovrà ristrutturare perché in condizioni critiche. Il premier iracheno, Haydar al Abadi, il 10 febbraio a Roma ha chiesto al presidente del Consiglio, Matteo Renzi, un intervento urgente. Quanti soldati italiani andranno? Probabilmente molti di più dei 450 di cui si parla. Il loro compito sarà di garantire sicurezza ai tecnici della Trevi, mentre la sicurezza della diga resta ai peshmerga curdi. Ma reagire a possibili iniziative dei terroristi presuppone contromisure proporzionate agli attacchi: già dallo scorso dicembre si è cominciato a parlare anche di blindati e di elicotteri Mangusta, con tutta la logistica connessa. Quindi, altro che 450 uomini… Se infine aggiungiamo i 6.300 militari impegnati nell’operazione Strade sicure, oggi si tocca la cifra di 11.500 unità, che con i prossimi impegni iracheni aumenterà sensibilmente. L’Italia, dunque, è fortemente impegnata per la sicurezza in vari teatri ed è bene ricordare che negli ultimi vent’anni siamo stati presi in considerazione a livello internazionale quasi esclusivamente grazie all’operato delle nostre Forze armate. Ma le ultime scelte sono state tutte rigorosamente «no combat» e contro l’Isis non sarà sempre possibile.

Torniamo così alla Libia. Le operazioni saranno rischiosissime ed è bene che si cominci a parlarne, anche se sul terreno manderemo solo alcune centinaia di uomini (tra Carabinieri ed Esercito) per addestramento di forze di polizia e forze armate. Ci saranno ovviamente anche le forze speciali per garantire la sicurezza di infrastrutture critiche legate al petrolio o semplicemente ai trasporti, come gli aeroporti, e comunque all’interno di una coalizione internazionale. Ma, per esempio, se si arriverà a operazioni di bombardamento aereo con mezzi di più nazioni, l’Italia probabilmente non potrà coordinarle perché nel 2011 in un vertice Nato si decise di spostare il Caoc 5 (Combined Air Operation Centre) dal Comando operazioni aeree dell’Aeronautica militare di Poggio Renatico (Ferrara) a Torrejón, in Spagna, trasferimento divenuto operativo il 31 dicembre 2013. All’epoca infuriarono le polemiche contro l’allora ministro della Difesa Ignazio La Russa. A Poggio Renatico oggi c’è il Centro rischierabile di comando e controllo della Nato (Daccc, Deployable Air Command e Control Centre). Per spiegare l’importanza del Caoc 5, durante la guerra in Libia del 2011, da quando entrò in campo la Nato, da Poggio Renatico venne gestita tutta l’attività aerea con oltre 23.000 sortite, di cui oltre 8.700 con velivoli da bombardamento, e oltre 1.800 voli umanitari. Oggi questo non sarà possibile.

Il 29 novembre scorso in un articolo di Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera furono riportate alcune frasi tra virgolette che Renzi avrebbe rivolto ai suoi collaboratori, relative alle polemiche sulle sue valutazioni in politica estera, tra le quali la decisione di non impiegare i Tornado in Iraq anche con bombardamenti e non solo come ricognizione. “Io sono pronto a tutto, anche militarmente, ma a patto che ci sia una strategia precisa per adesso e per il dopo”, scrisse la Meli citando Renzi. “L’Italia non si tirerà indietro, non sono né un terzomondista né un antimilitarista, non è questa la mia cultura, per cui quando sarà il momento, quando tutto sarà pianificato, noi ci saremo, noi parteciperemo in pieno. Lo ripeto, io non sono un pacifista, la mia posizione e quella degli Stati Uniti coincidono: dobbiamo sapere per che cosa stiamo bombardando”. Parole forti, mai smentite. Tra non molto sapremo se e come saranno messe in pratica.

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