Viaggio a puntate di Gianfranco Polillo fra cronaca, storia, urbanistica e antropologia...

Seconda parte di un’analisi articolata. La prima parte si può leggere qui

Nella pubblicistica di sinistra l’immagine di Roma coincide, in genere, con il prevalere della rendita urbana. A guidarne i destini sono i grandi speculatori terrieri che acquistano le aree edificabili e poi, con il concorso delle banche, ne succhiano le linfe vitali. In questo schema, l’Amministrazione comunale è semplice convitato di pietra. Il più delle volte prono e colluso. Il caos urbanistico, che ne deriva, è semplice conseguenza. Negli anni ’50 e ’60, secondo la denuncia dell’Espresso i poteri forti che dominavano Roma erano la Società Generale Immobiliare e la galassia che la circondava (Beni Stabili, Pia Acqua Marcia, Roma gas, Romana Elettricità) tutte orbitanti intorno al Vaticano. Quindi i grandi costruttori autoctoni: “Antonio Scalera, Romolo Vaselli, Tudini e Talenti, Federici” e via dicendo. Senza escludere Fiat ed Italcementi.

Nelle analisi più recenti i protagonisti sono altri. In un recentissimo lavoro collettaneo – “Il regime dell’Urbe” – si citano “il gruppo Caltagirone o quello dei fratelli Toti” (pag. 99) riportando un’affermazione di Roberto Morassut, che fu assessore all’Urbanistica con il sindaco Walter Veltroni. “A Roma – questa la denuncia non tanto velata – bene o male quelli sono i proprietari delle aree. Non c’è tutta questa possibilità di scelta”. L’archetipo non è quindi cambiato, se non nei nomi. Agli estremi temporali di un dibattito caratterizzato da mille sfumature di grigio. Ma con una costante ritornante: l’attività parassitaria della rendita ed il suo potere collusivo. Politica ed economia unite in un abbraccio soffocante a danno dello sviluppo razionale della città.

Nell’immaginario collettivo pesa ancora il ricordo dello scandalo della Banca Romana, fallita definitivamente nel 1893. L’ex banca dello Stato Pontificio aveva il privilegio, insieme ad altri istituti di credito e prima della nascita, nel 1926, della Banca d’Italia di battere moneta. I vincoli dell’emissione erano determinati dalle riserve auree possedute: ma furono ampiamente superati con pratiche truffaldine. Il suo contributo allo sviluppo della Capitale fu notevole. Visto che finanziò interamente la costruzione del quartiere Prati. In quella gestione scandalosa furono coinvolti i grandi personaggi della storia patria: da Giolitti a Crispi, fino al Re, Umberto I, e le sue numerose amanti. Ma riprendere quella chiave di lettura per capire la Roma moderna è più di un azzardo.

Nei grandi equilibri economici, che caratterizzano i maggiori player nel campo delle costruzioni, il fatturato complessivo del gruppo Caltagirone e dei fratelli Toti ammonta a poco più di 500 milioni (dati 2014). Cifre indubbiamente importanti: ma il fatturato della Salini è di 10 miliardi. L’Astaldi ne fattura quattro e mezzo. Le due grandi cooperative, Ravenna e Carpi, quasi tre. Ed ecco allora la subordinata, di fronte all’evidenza delle cifre. A Roma – si ribadisce – esiste un capitalismo cattivo che scaccia quello buono. Che impedisce ai “poteri forti” del nord o ai grandi gruppi internazionali di entrare nel mercato, grazie alle barriere d’accesso create dall’opacità dei rapporti tra la politica e l’economia.

C’è anche del vero in queste affermazioni. Hanno tuttavia il torto di sottovalutare uno dei termini dell’equazione. Vale a dire la debolezza del ceto politico rispetto ai propri interlocutori. Riflesso si un assetto istituzionale in cui non esiste una figura come il borgomastro di Berlino o il responsabile della London Authority con i suoi rapporti diretti e privilegiati con l’Autorità del Governo centrale. Quest’asimmetria ha pesato a lungo nella storia urbanistica di Roma. Tanto prima che dopo lo spartiacque rappresentato dalle elezioni dirette del sindaco. Che hanno rafforzato il cotè istituzionale, ma non fino al punto da determinare una reale inversione di tendenza.

A questa debolezza istituzionale si è cercato di rimediare, da sempre, con l’arte della politica. Ed ecco, allora, il “patto del cemento”, come fu qualificato dai suoi oppositori, del sindaco Luigi Petroselli (1979 – 1981). La firma di quel protocollo tra gli imprenditori pubblici e privati dell’edilizia, le piccole imprese ed i sindacati, che doveva portare ad una gestione consociativa dell’urbanistica di Roma. Nella speranza di attribuire all’Amministrazione comunale un ruolo di effettiva direzione. Qualcosa si ottenne – il risanamento delle vecchie borgate – ma al prezzo di una cementificazione dilagante. Quello schema fu replicato più volte dai sindaci successivi. Cambiò solo il nome. Divenne il “Tavolo del progetto Roma” di Walter Veltroni. O gli “Stati generali” di Gianni Alemanno. Ma non mutarono i relativi rapporti di forza. E, quindi, i deludenti risultati.

Che di questa debolezza istituzionale vi sia oggi una maggior consapevolezza sembra essere evidente. Se Francesco Paolo Tronca prende il posto di Ignazio Marino, dopo le sue dimissioni, vi sarà pure una ragione. Alle altre possibili soluzioni si è preferito scegliere un prefetto della Repubblica, che al di là della brillante carriera svolta, rappresenta il volto più antico ed autorevole, per non dire autoritario, dello Stato centrale. Con un rapporto diretto non solo e non tanto con il ministro dell’Interno, ma con lo stesso presidente del consiglio. Una scelta motivata dalla doppia emergenza – “Mafia capitale” ed il Giubileo della misericordia – ma che dovrebbe rappresentare l’indicazione più giusta per un possibile futuro.

Non si tratta, ovviamente, di sospendere la democrazia. Ma di dare alle istituzioni della Capitale quei poteri che sono indispensabili per il governo di una grande metropoli, come Roma. Garantendo ai prossimi sindaci uno status che è, in qualche modo, paragonabile a quello dei primi cittadini delle grandi capitali europee. Finché questo vuoto non sarà colmato, Roma continuerà, come insegna la sua storia dal dopoguerra ad oggi a sprofondare: più o meno lentamente. Lo Stato centrale sarà comunque costretto ad intervenire con finanziamenti aggiuntivi, com’è avvenuto finora, ma con una resa di quegli stessi investimenti del tutto marginale. Un grande colossale spreco, a carico dei romani e dell’intera collettività nazionale, che non ha fermato un progressivo dissesto.

(2.continua)

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