L'approfondimento di Emanuele Rossi

Washington ha deciso di schierare team delle forze speciali per combattere in prima linea Boko Haram, il gruppo islamista radicale che opera nel nord della Nigeria e che nel marzo del 2015 ha giurato fedeltà al Califfato costituendosi così come la più grande provincia dello Stato islamico: la Wilayat dell’Africa occidentale.

MISSIONE SINERGICA

Le Special operations forces americane affiancheranno i reparti di Camerun, Ciad e Niger, Stati che hanno costituito una Task Force congiunta per combattere l’avanzata del Califfato nell’area, che ha ripetutamente lanciato attacchi nei Paesi limitrofi con obiettivo l’espansione. La Task Force africana soffre la debolezza economica dei Paesi che la compongono, le cui finanze, come nel caso della Nigeria e del Ciad, risentono molto dello stallo al ribasso dei prezzi del petrolio. Anche per questo gli Stati Uniti pensano a un impegno più corposo.

GLI OBIETTIVI

La notizia data dal New York Times segue una linea ben nota. Nei piani onnicomprensivi del Pentagono c’è la volontà di creare in Africa hotspot locali per affrontare le situazioni di counterterrorism: basi, punti di appoggio, da cui gestire le attività di commando di forze speciali che avrebbero il compito di consulenza diretta agli eserciti locali, magari compiere puntuali e clandestine operazioni di attacco, e allo stesso tempo partecipare a processi socio-politici nell’ottica di “mini-Risvegli”, licenza per descrivere le attività di sensibilizzazione che gli operatori dovrebbero compiere sull’impronta del Sawah, il Risveglio, con cui dieci anni fa ai tempi dell’occupazione in Iraq le truppe americane riuscirono a portare dalla propria parte i sunniti locali prima schierati con l’Isi, o al Qaeda in Iraq, ossia il prodromo dell’attuale Califfato. A settembre dello scorso anno la Reuters aveva pubblicato un articolo a firma del giornalista Warren Strobel, il quale raccontava di aver partecipato ad una riunione tra notabili locali (politici, capi tribù, comandanti) nella città di Diffa, in Niger, a cui presenziavano anche alcuni ufficiali delle forze speciali americane: stavano studiando piani militari e programmi sociali per contrastare i Boko-califfali, che tra i disincantati giovani nigerini trovano facilmente proseliti.

REVISIONE NUMERCA E LOGISTICA

Dai dati a disposizione del NYTimes, si apprende anche che in Camerun sarebbero già presenti circa 250 operatori delle Sof americane con scopi analoghi, mentre un altro team più piccolo si troverebbe nella capitale nigeriana Abuja. Alla fine dello scorso anno (in coincidenza con la presentazione dei nuovi piani, quelli degli “hotspot”) il Pentagono avrebbe deciso di rivalutare queste unità: un team composto da una trentina di revisori guidati da un certo “generale Bolduc”, che il giornale americano indica come un esperto comandante dei Berretti Verdi con alle spalle anni di attività operativa, avrebbe considerato insufficienti gli uomini schierati ad Abuja e proposto che team più corposi vengano disposti a Maiduguri. Ossia nel centro del conflitto: la città del nordest è una delle aree contese dalla provincia dello Stato islamica locale, che sovente compie attentati sanguinosi nei luoghi di maggiore affollamento per punire la popolazione civile che non si sottomette.

RAPPORTI DIFFICILI

Gli Stati Uniti non si fidano di condividere con la Nigeria informazioni di intelligence, che sono raccolte costantemente sia dagli uomini già sul campo sia dalle osservazioni aeree di Uav e satelliti. Temono che la corruzione endemica abbia favorito l’infiltrazione all’interno degli organismi della Difesa nigeriana di spie o collaboratori di Boko Haram; un anno fa erano uscite inchieste a proposito, che dimostravano strani collegamenti tra alcuni ufficiali e membri del gruppo islamista. Questa circostanza ha indispettito i nigeriani, però, che nel dicembre del 2014 sospesero l’ultimo step di un programma di addestramento a cui le forze locali erano sottoposte su consulenza e training dei soldati americani. I rapporti si stanno comunque riavvicinando: due settimane fa il generale americano David Rodriguez, comandante di Africom (il comando che gestisce le operazioni in Africa), ha ospitato nel suo ufficio di Stoccarda il capo delle forze armate nigeriane Gabriel Olonisakin, per discutere delle strategie comuni da adottare contro l’Islamic State nigeriano.

IL PERICOLO REGIONALE

Da quando i Boko Haram sono diventati una provincia dello Stato islamico la minaccia si è moltiplicata esponenzialmente. Il threat è diventato regionale, perché significa che la più grande provincia del Califfato in Africa si trova a poche migliaia di chilometri da una altro grande hotspot dello Stato islamico al di fuori del cuore centrale siro-iracheno: la Libia. A dividerli il sabbioso confine sud libico, l’area del Fezzan nota per la permeabilità al passaggio di qualsiasi prodotto di contrabbando, dalle armi alle bionde, e il territorio del Niger o del Ciad. Viaggi che di certo non impensieriscono realtà umane simili a quelle che in precedenza decidevano di unirsi al jihad nel Levante partendo dalla Cina, dalla Russia, o dalla Svezia, considerando che le distanze sono minori e soprattutto soggette a controlli più laschi. Si parla di combattenti in arrivo a Sirte dal Senegal, che è ancora più a distante della Nigeria.

I FLUSSI DEI FOREIGN FIGHTERS

Escono ultimamente report a proposito del fatto che i baghdadisti libici provengano in massa dai Paesi limitrofi: per il momento arrivano dal Niger, dal Ciad, dalla Mauritania, in molti dalla Tunisia, o da Marocco e Algeria, ma gli Stati Uniti temono che se la provincia nigeriana dovesse riuscire a consolidare il proprio controllo sul territorio, possa fare da bacino di raccolta per reclute e riservisti. Media libici hanno più volte parlato di spostamenti di uomini dell’ex Boko Haram verso al Libia (su Formiche.net se n’era parlato già ad agosto scorso).

UNA PREOCCUPAZIONE CONDIVISA

Su questa linea gli americani trovano il consenso di Parigi: i francesi sono già molto attivi in Libia perché preoccupati di un processo analogo ma in direzione opposta, ossia che le istanze del Califfato superino verso sud i confini libici per attecchire nel Sahel, dove già non mancano gruppi jihadisti e salafiti combattenti, e dove l’influenza francese è forte al punto che l’Eliseo ha deciso un paio di anni fa di installare nell’area un’operazione militare stabile che prende il nome di Barkhane  e coinvolge tremila soldati, più mezzi aerei e terrestri, in partnership con Niger, Mali e Ciad. Barkhane sarà implementata nei prossimi mesi.

Anche gli inglesi sono interessati: i rapporti di Londra con la Nigeria sono forti (e storici), e infatti il New York Times ha informazioni in merito ad un collaborazione in pianta stabile tra le forze speciali americani e quelle del Regno Unito.

La questione Libia e la questione ex Boko Haram si fondono in un pericolo regionale che turba i sonni dei governi occidentali.

NOMEN OMEN

Qualche tempo fa un articolo del Foglio faceva notare come nella definizione del gruppo nigeriano ci sia una sorta di ipocrisia, un velo di nebbia per allentare la tensione. In realtà dal marzo scorso, come detto, Boko Haram non esiste più ma viene comunque usato da media e funzionari (nota: anche Boko Haram, scrive il Foglio, era una definizione giornalistica, in realtà il gruppo si è sempre voluto chiamare “Il gruppo del popolo sunnita per la predicazione e il jihad”, ma Boko era usato con lo stesso modo con cui si usa l’acronimo dispregiativo arabo “Daesh”, e cioè perché a loro non piace). Nella spiegazione di Daniele Raineri autore del pezzo: “La questione è meno astratta di quanto potrebbe apparire” perché significa che quando i gruppi suicidi di Boko Haram, che i dati identificano come la più sanguinaria delle realtà combattenti a livello globale, in realtà significa che a compiere le stragi “sono stati gruppi suicidi dello Stato islamico, che ne rivendicherà la paternità come ha fatto con le stragi di Parigi, Ankara e tutte le altre”. E ancora: “I campi di addestramento del fu Boko Haram non appartengono più a un oscuro culto islamista dell’Africa subsahariana, ma sono oggi scuole di partito dello Stato islamico e formano combattenti nigeriani che si impegnano ad agire in nome di Abu Bakr al Baghdadi come se fossero a Raqqa”.

I governi occidentali stentano ad ammetterlo e continuano nella definizione del gruppo usando il vecchio nome, perché altrimenti dovrebbero fare i conti col fatto che in Africa c’è un’area occupata dalla Stato islamico al centro, in Nigeria, che vuole congiungersi con quella a nord libica, che la questione rappresenta un pericolo forse più grosso di quello in Siria e Iraq. Poi è evidente che se i revisori militari del Pentagono consigliano di inviare operatori delle forze speciali sul fronte caldo nigeriano, appare chiaro che l’America capisce di trovarsi davanti ad un “disegno più ampio”, ossia “esportare e imporre lo stesso format dovunque c’è una chance, in Africa e altrove”, ha scritto Raineri.

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