I fatti, le ricostruzioni e le interpretazioni

Venerdì 4 marzo un tribunale di Istanbul ha deciso di porre sotto amministrazione controllata il gruppo editoriale Feza Gazetecilik, uno dei principali del Paese, al quale fanno capo il quotidiano Zaman Kitap, la versione in lingua inglese Today’s Zaman, il settimanale Aksiyon, il canale TV Samanyolu e l’Agenzia di stampa Cihan.

Alla decisione del tribunale è seguita la mobilitazione, fuori il quartier generale del quotidiano turco, di numerosi sostenitori. “Combatteremo per la libertà di stampa”, “Non rimarremo in silenzio”, scrive il quotidiano egiziano Al Ahram, riportando quanto scritto su alcuni striscioni esibiti dai manifestanti.

La sera stessa c’è stato l’arrivo delle forze di polizia, che non hanno esitato ricorrere a idranti e manganelli per far disperdere la folla. Poi, l’irruzione presso la sede del quotidiano, per garantire l’applicazione della decisione presa dall’organo giudiziario. La polizia ha costretto il direttore Abdulhamit Bilici – che di lì a breve sarebbe stato ufficialmente rimosso dall’incarico, insieme a uno dei suoi giornalisti di punta, Bülent Keneş – ad abbandonare la sede del quotidiano, principale testata d’opposizione turca, con una tiratura di 850 mila copie al giorno. La sua uscita di scena è stata accompagnata dagli applausi dei fedeli collaboratori, riporta Haaretz. 

L’ACCUSA

Il capo d’accusa? Cospirazione con l’organizzazione terroristica – terroristica a detta del partito dirigente AKP –  facente capo all’ideologo turco Fetullah Gulen, per rovesciare il governo islamista in carica, attraverso la creazione di “una struttura parallela, all’interno dello Stato”, scrive Hurriyet Daily. Accusati di essersi infiltrati all’interno della macchina statale turca, i sostenitori di Gullen, un tempo storico alleato di Erdogan e oggi suo nemico giurato, non solo non hanno mai perpetrato alcun atto di violenza, quest’ultima tipica delle organizzazioni terroristiche, ma sono anche noti per aver sempre ripudiato ogni forma di terrorismo.

I PREDECENTI

La Turchia non è estranea a simili azioni repressive. Come scrive Hurriyet, “questa è la seconda volta che un gruppo editoriale in Turchia è soggetto a pratiche di repressione […] Ad ottobre 2015 un tribunale di Ankara aveva nominato una nuova direzione editoriale all’interno del gruppo industriale Koza-Ipek, possessore, tra gli altri, dei giornali Bugun e Millet e del canale TV Kanalturk. Il gruppo Koza-Ipek era stato accusato di reati simili a quelli che oggi pendono sulla testa di Zaman e tutti e quattro i media posseduti dal gruppo erano poi stati chiuso entro la fine di febbraio”. Prosegue Hurriyet, “questo è indice del fatto che il Governo sta assumendo non solo il controllo dei media, ma anche dei gruppi industriali privati”.

Considerando che di episodi simili la storia del governo turco firmato AKP è piena, sempre Hurriyet fa notare che il tribunale che ha deciso di commissariare il gruppo editoriale è lo stesso che, a dicembre 2015, ha rigettato la domanda di rilasciare i giornalisti Can Dündar e Erdem Gül. I due, rispettivamente direttore e caporedattore del quotidiano Cumhuriyet, anch’esso di opposizione, sono stati liberati solo dopo aver scontato novantadue giorni di prigionia, perché accusati di spionaggio e tradimento, sempre in favore del presunto “stato nello stato” manovrato da Gulen.

Che i media turchi – e più genericamente la popolazione – siano ostacolati, se non impossibilitati, nell’esercitare la propria libertà di espressione lo dimostrano chiaramente i dati riportati dall’egiziano Al Ahram in un articolo sul caso: “Circa duemila giornalisti, bloggers e ordinari cittadini, inclusi studenti delle scuole superiori, sono perseguitati perché accusati di aver insultato Erdogan”, scrive Ahram.

LA (PRESUNTA) ESTRANEITÀ DELL’ESECUTIVO

Sebbene la natura del caso faccia pensare a un coinvolgimento dell’esecutivo, il primo ministro Davutoğlu non ha esitato a precisare che Ankara non ha nulla a che fare con l’accaduto. Il che, forse, non fa altro che accrescere i sospetti, piuttosto che fugarli.

“Il nostro governo non è coinvolto nell’accaduto. La decisione assunta dall’organo giudiziario sarà implementata […] Si tratta di un processo legale e nessuno dovrebbe dubitare circa la libertà di stampa in Turchia”, scrive Hurriyet riportando le parole del premier turco in occasione di un’intervista rilasciata il 6 marzo a un’emittente televisiva.  D’altronde, come ci ricorda Haaretz, è stato proprio il Presidente Erdogan ad affermare più volte che “la Turchia ha i media più liberi al mondo”, sebbene gli indici a riguardo dicano il contrario.

Sposando la linea assunta dall’esecutivo, Yasin Aktay, membro dell’AKP, ai microfono di Al Jazeera ha detto “non c’è alcuna intolleranza in Turchia rispetto al criticismo esercitato dai media. Circa il 60 o 70 per cento dei media in Turchia si esprime contro il governo, eppure quest’ultimo è sempre stato tollerante con loro”.

E allora come si spiega il fatto che, in Turchia, solo pochi media abbiano coperto la notizia? Lo stesso Hurriyet – più volte citato – sebbene si sia occupato del caso, lo ha fatto in maniera minoritaria rispetto ad altri quotidiani dell’area, come ad esempio l’israeliano Haaretz o la panaraba Al Jazeera.

L’OPPOSIZIONE TURCA, GLI STATI UNITI L’UNIONE EUROPEA

Se i media turchi si siano mossi con cautela, l’indignazione dell’opposizione non è tardata ad arrivare. Il deputato del partito Repubblicano del Popolo (CHP), Mutar Emik, ha detto “noi condanniamo ogni tentativo di soffocare i media. Siamo contro ogni repressione della libertà di espressione e crediamo che si debba porre fine a simili attacchi”, scrive Syrian Times.

Akif Ekici, altro deputato del partito, ha affermato che il governo turco ha i mezzi per poter assumere il controllo dei giornali, commissariare i gruppi di informazione e imprigionare gli oppositori, prosegue il quotidiano siriano.

Commenti sull’accaduto sono giunti anche dagli Stati Uniti. Robert Pearson, un tempo ambasciatore USA in Turchia, ha detto ai microfoni di Al Jazeera che quanto accaduto al gruppo editoriale Feza Gazetecilik non è affatto inaspettato. “Erdogan definisce terrorista chiunque sia in disaccordo con il suo modo di governare”, riporta Al Jazeera.

Anche Buxelles ha ammonito la Turchia. Scrive il libanese Daily Star, “l’Unione Europea ha più volte sottolineato che la Turchia, in qualità di stato candidato (ad entrare nell’Unione), deve rispettare e promuovere alti standard democratici, inclusa la libertà di stampa […] Mezzi di informazione molteplici, liberi e indipendenti costituiscono uno dei pilastri della società democratica, in quanto alimentano la libera circolazione di idee e informazioni, assicurando trasparenza e accountability”.

Le dichiarazioni di Bruxelles, tuttavia, non sono suonate sincere all’orecchio dell’opinione pubblica turca, ma piuttosto di circostanza. Semplice coincidenza che di lì a pochi giorni si sarebbe tenuto il vertice UE – Turchia sulla crisi dei migranti? Semih Idiz, giornalista per Cumhuriyet e Hurriyet, entrambe testate d’opposizione, ha dichiarato “gli Stati membri dell’UE sono preoccupati per la crisi dei migranti, piuttosto che per la violazione dei diritti in Turchia. A tal proposito rilasceranno alcune dichiarazioni, di circostanza, ma con la consapevolezza che per la risoluzione della crisi dei migranti dipendono dalla Turchia”, riporta The Daily Star. A buon intenditor poche parole.

IL NUOVO VOLTO DI ZAMAN

Sabato 5 marzo è uscita l’ultima edizione di Zaman, quello autentico. In prima pagina, nella versione inglese del quotidiano, su sfondo nero, c’era scritto “un giorno vergognoso per la stampa libera in Turchia”. Poi ogni collegamento a internet è stato tagliato. Sul sito di Zaman Kitap si leggeva “cari lettori, vi forniremo al più presto possibile un servizio migliore e più oggettivo”, scrive Haaretz.

Domenica una nuova copertina, dedicata alla costruzione, da tre miliardi di dollari, di un ponte sul Bosforo, opera voluta dal governo Erdogan. Ancora, in prima pagina, le immagini del Presidente turco che stringe le mani di alcune donne, in occasione della vicina giornata mondiale dedicata alle donne.

Che dietro l’accaduto ci sia o meno la longa manus del governo turco, il recente re-styling di Zaman è oggi un dato di fatto.

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