Ecco gli effetti nefasti del No alle trivelle

Ecco gli effetti nefasti del No alle trivelle
L'analisi del prof. Alberto Clò, docente di Economia applicata presso l’Università di Bologna e direttore della rivista Energia

Un’occasione sprecata, ovvero cronaca di una morte annunciata. In questo incipit temo si risolverà il referendum no-triv. Un’occasione sprecata perché come nei casi del nucleare del 1987 e del 2011 o in quello associato sull’acqua, gli elettori sono chiamati a esprimersi senza che sia fornita loro una ben che minima e corretta informazione sui quesiti referendari, senza la minima parvenza di dibattito, senza dar conto delle conseguenze che ne potrebbero derivare. In un confronto del tutto impari tra le voci contrarie all’attività mineraria fatte proprie e amplificate dai mass media e il niente che vi si contrappone. Quasi che la questione avesse solo rilevanza locale e non riguardasse l’intero Paese, la sua economia, la sua industria, la sua crescita. Non ultimo: la sua sicurezza energetica, termine tanto abusato quanto ritenuto irrilevante nei fatti e nelle politiche.

Ecco perché può ben parlarsi di cronaca di una morte annunciata con un risultato che appare scontato, in cui tutto sembra giocarsi sulla speranza che si raggiunga o meno il quorum necessario. Come scommettere alla carta più alta. Se sarà raggiunto è quasi certa la vittoria dei no-triv. Per la semplice ragione che sui mass media, dalla grande stampa al servizio pubblico televisivo, la disinformazione ha finora trionfato, sostenendo le ragioni degli oppositori senza nulla dire di quelle altrui. Non vi è motivo perché un qualsiasi cittadino di buon senso possa dirsi favorevole ad un’attività che – si proclama ogni giorno – provoca danni irrimediabili alla salute, alla natura, al territorio, alla pesca, al turismo, all’agricoltura. Senza che – si proclama ogni giorno – vi sia alcun vantaggio per le popolazioni o l’intero Paese, perché a guadagnarci, si sostiene, sarebbero solo le fameliche multinazionali del petrolio. Che tutto ciò sia mera propaganda nulla conta, così come il fatto che non vi sia uno straccio di studio che dimostri che estrarre petrolio o metano danneggi il turismo, la pesca, l’agricoltura.

Per rendersene conto basterebbe farsi un bel weekend a Milano Marittima e guardare dalla battigia le piattaforme al largo o andare all’annuale Festival delle cozze della vicina Marina di Ravenna, pubblicizzate “tra le più pregiate d’Italia raccolte alla base immersa delle piattaforme marine!”. Così come basterebbe, ma la cosa sarebbe più ardua, andarsi a studiare le esperienze estere di collaborazione dell’industria petrolifera con le aziende agricole francesi, le università inglesi, i pescatori norvegesi. Ma tutto ciò con conterebbe nulla.

Così come controbattere a un’altra tra le mille mistificazioni che si vanno propinando: che estrarre petrolio sia antistorico, perché fonte ormai marginale nell’offerta mondiale di energia (con il metano conta per il 54%) e penalizzante le nuove risorse rinnovabili (2,4%), mentre si dovrebbe sapere che il primo viene utilizzato quasi solo nei trasporti e le seconde nella generazione elettrica. Lo stesso può dirsi sui rischi di disastri ambientali irresponsabilmente paventati estrapolando sulle nostre coste il caso di Macondo nel golfo del Messico. Nulla si dice, per contro, sulla questione di fondo: che impedire la produzione interna di petrolio o metano significa preferirne l’importazione, magari dalla Libia, finanziando le milizie in guerra; significa preferire versare miliardi di euro all’estero piuttosto che destinarli alla crescita interna; significa aiutare le imprese altrui a discapito delle nostre. Ma temo sarebbe ancora del tutto inutile. Perché la paura, come la calunnia, pesa più di ogni rassicurazione o smentita. Qualcosa resterà sempre.

Meglio allora ragionare sul dopo: su quel che accadrebbe se il referendum dovesse passare. Primo: ne seguirebbe una lettura tutta politica e strumentale del responso referendario, a prescindere dal merito del quesito sottoposto agli elettori. Ottenere una qualsiasi autorizzazione diverrebbe impossibile, esattamente come accadde con il referendum nucleare del 1987 che non chiedeva di esprimersi per il sì o il no al nucleare, ma a favore o meno di una sua temporanea moratoria che la politica avrebbe trasformato in tombale. Secondo: perché la vittoria dei no-triv avrebbe gli stessi effetti del no al nucleare: la distruzione di un’intera industria – quella elettromeccanica – che contava decine e decine di migliaia di occupati, un gran numero di ingegneri, eccellenti capacità manifatturiere, un sapere scientifico e accademico tra i primi al mondo. Tutto distrutto: fabbriche, imprese, scuole, professionalità.

Con la vittoria dei no-triv avremmo il medesimo risultato: la distruzione di un’altra industria italiana, non tanto quella mineraria che non avrebbe difficoltà a spostare i suoi investimenti all’estero, ma quella che produce beni e servizi a essa strumentale. Un’industria che risale all’unità d’Italia, che si articola in centinaia di imprese raccolte in distretti dei servizi petroliferi, specie in Lombardia, Emilia-Romagna e Abruzzo, che vanta livelli di specializzazione tecnologica ovunque apprezzati, tranne che in Italia. Un’industria che già attraversa gravi difficoltà per il crollo del mercato che ha fatto seguito a quello dei prezzi del petrolio, con molte imprese che stanno chiudendo e licenziando, nell’assoluto silenzio della politica e delle istituzioni. Un sì al referendum ne decreterebbe la definitiva fine. È questa la vera partita in gioco: anche se i più fingono di non rendersene conto nell’indifferenza generale e nell’irresponsabilità di chi dovrebbe guardare agli interessi del Paese più che ai propri dividendi elettorali.

(Articolo pubblicato sulla rivista cartacea Formiche)

ultima modifica: 2016-03-02T15:34:30+00:00 da Alberto Clò

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  • salvatore di cesare

    Questo articolo e’ errato nel merito e nel metodo.
    Non ha senso trivellare vicino alla costa per questi motivi:
    1) L’offerta di petrolio mondiale e’ abbondante e sottocosto, anche se risalisse il prezzo economicamente non e’ svantaggioso comprarlo.
    2) Non si puo’ negare che ci sia un rischio ambientale, seppur minimo, disastri nel mondo sono già avvenuti, non e’ il caso di elencarli. Ed i costi di bonifica sono altissimi.
    3) Le ricadute in negativo sul turismo della zona costriera interessata potrebbero essere rilevanti.
    4) L’italia ha fatto una scelta diversa in materia di produzione energetica puntando sulle rinnovabili. Fotovoltaico, eolico, idroelettrico rappresentano una quota molto elevata di produzione necessaria al paese. E le pipeline esistenti che portano il gas, oltre ai surplus delle centrali atomiche francesi venduteci sottocosto, sono piu’ che sufficienti a garantire il fabbisogno energetico del paese.
    5) Nuove fonti di energia rinnovabile vengono sempre piu’ sfruttate o iniziano ad esserlo, quali le biomasse, i moti ondosi, il microelico, il solare termodinamico.
    6) In prospettiva la conversione tra trazione auto con motore a scoppio ad elettrico sarà esponenziale. Gia’ oggi i moderni sistemi di accumulo al litio permettono performance dell’elettrico molto elevate. Ed i costi di produzione si abbasseranno. Per cui il fabbisogno di benzina e/o gasolio, nel medio periodo, tenderà a calare.
    7) Le plastiche, prodotte dal petrolio, fortemente inquinanti, oramai vengono sostituite sempre di piu’ con materiali riciclabili di origine vegetale.
    8) E per chi dice che e’ stato un errore rinunciare al nucleare, beh, con il senno di poi sicuramente no. E lo dice uno che voto’ a favore del nucleare. Ma quello che e’ successo a chernobyl, a three miles island, a fukushima fanno riflettere. Costi altissimi e territorio devastato. Senza contare del problema delle scorie che durano millenni. No, per l’italia non e’ stato un errore rinunciarvi.
    9) L’Eni ha partecipazioni sui pozzi scoperti in tutto il mondo rilevanti. E una parte di quel petrolio e’ di proprietà dell’eni e dell’italia.
    10) Per quanto riguarda i posti di lavoro persi, beh, c’e’ un po’ di terrorismo. Innanzitutto l’industria specializzata continua a trivellare altrove, e le rinnovabili, come dicono le statistiche, hanno creato moltissimi posti di lavoro, nel nostro paese, negli ultimi 5 anni e forse piu’.

    In conclusione non ha nessun senso cercare il petrolio vicino alle costa, sia in termini economici, di sicurezza ambientale, politici e strategici per il paese.

    • Giorgio776

      Cerchiamo di non fare confusione:
      1) Dubito fortemente che non sia svantaggioso comprare il petrolio da altri, stiamo parlando di enormi capitali che escono dal nostro paese. Basta vedere l’influenza nella crescita degli ultimi anni che ha avuto il raggiungimento dell’autosufficienza negli USA (che i metodi siano discutibili sono il primo a dirlo). Per non parlare dell’inquinamento aggiuntivo delle navi petroliere che dovrebbero portare nel nostro paese il petrolio che non potremmo estrarre dal nostro territorio.
      2) La gran parte delle stazioni di trivellazione dei nostri mari ricavano gas naturale, il cui impatto sull’ambiente in caso di incidente non è paragonabile a quello del petrolio.
      4) Il 40% dell’energia prodotta dall’Italia proviene da fonti rinnovabili, per la maggior parte dall’idroelettrico.
      Peccato che dipendiamo per circa l’80% dai paesi esteri. Facendo due calcoli ci si rende conto che le energie rinnovabili provvedono a meno del 10% del necessario, cifra che può e deve crescere, ma è un’utopia pensare che nel breve-medio periodo possa soppiantare i combustibili fossili. Senza contare che l’energia necessaria alla produzione dei pannelli fotovoltaici (processo piuttosto inquinante) viene recuperata solo nel medio-lungo termine.
      E’ palese che questa situazione grava sulle nostre bollette, ma soprattutto sull’industria che ancora fatica molto a ripartire!!
      8) Basta studiarsi i casi che hai elencato per capire che in Italia Incidenti del genere non potrebbero mai capitare. Inoltre tutti i paesi con cui confiniamo hanno centrali nucleari…
      Senza contare che come suggerisce l’articolo i referendum sul nucleare hanno ciecamente cancellato una classe di tecnici, ingegneri e specialisti del settore che non aveva nulla da invidiare agli altri paesi.
      10) Solo nella provincia di Ravenna l’industria dell’estrazione impiega direttamente o indirettamente 7000 persone.

      In conclusione, vorrei chiarire che il referendum del 17 Aprile, nel caso dovesse passare, non vieterebbe nuove trivellazioni vicino alle nostre coste (visto che sono GIA’ vietate), ma impedirebbe alle 21 installazioni già presenti da anni di continuare le estrazioni fino all’esaurimento dei relativi bacini.
      Per maggiori informazioni consiglio la lettura di questo articolo:
      http://www.ilpost.it/2016/03/08/guida-referendum-trivellazioni-petrolio/

  • paola.giannone.560

    Perché votare SÌ al Referendum “no triv”.
    L’estrazione del petrolio ha tre fasi: la prima con la fuoriuscita spontanea del greggio dopo la perforazione, la seconda con l’immissione di acqua per spingere la fuoriuscita del greggio e la terza con l’immissione di olio per spingere la fuoriuscita del greggio. C’è, poi, il fracking, che è la tecnica di frantumazione della roccia per l’estrazione. Il SÌ al Referendum farà sì impedisca lo sfruttamento degli impianti esistenti una volta scadute le concessioni proprio per trivellare la roccia con il fracking. Queste sono le mie motivazioni, espresse su The Economist: “Solar Energia Debates” – Can the solar energy save the word? (11/82) 06/11/2013
    The Economist: “Solar Energy Debates” – Can the solar energy save the world? 06/11/2013
    Pubblicato su: The Economist: “Solar Energy Debates”: ecco il mio commento! (11/82) Paola Giannone wrote:
    Dear Sir,
    IN FAVOUR OF SOLAR ENERGY IN THE DEBATES. The sun’s energy is clean, renewable and exhaustible. It can also be used when diluted and not constant over all the earth: it is necessary exposure for at least eight hours a day to capture it with photovoltaic panels, made up of modules of photovoltaic cells, which is the technology to produce electricity directly from the sun (PV panels can be mounted on roofs and facades of buildings) or through photovoltaic panels for power plants up to 10 MW. anhydride reduces emissions of carbon dioxide, CO2, sulfur dioxide, SO2, nitrogen monoxide, NO, nitrogen dioxide NO2, sulfuric acid H2SO4, etc. ..
    Makes independent countries on imported fossil fuels, but require large territories to implant large solar power plants and the cost of PV systems is still very high, although there are incentives for their assembly.
    Germany is willing to bear the costs of distribution of solar cells in a much larger number of purely economic calculation: the reason for doing so is to combat climate change.
    AGAINST SHALE-FRACKING GAS IN THE DEBATES. For Fracking is the alarm of scientists: “Causes earthquakes also greater than 5 °.” “Science” was published three articles by American geologists, who demonstrate a correlation between the activities of fracking, hydraulic fracturing of the rock with injections of powerful injection of wastewater into the ground, even in the techniques used for geothermal energy, previously fractured, for allow the gas to rise to the surface for the extraction of natural gas and earthquakes occurred in the vicinity of drilling, from the 3rd to the 5th or even more. Not to mention that the land covered by these techniques may be more sensitive to the consequences of violent earthquakes in other parts of the world, whose seismic waves could produce disastrous repercussions.
    Arch Paola Giannone, Tecnology’s teacher, Rome, Italy.
    http://www.abb-conversations.com/2013/11/the-economists-solar-debate-shows-the-world-is-starting-to-see-the-light/
    http://www.thegwpf.com/economist-debate-solar-energy-save-world/
    Caro Signore, A FAVORE DI ENERGIA SOLARE nei dibattiti. L’energia del sole è pulita, rinnovabile ed esauribile. Può essere utilizzata anche quando è minima e non costante su tutta la terra: è necessaria l’esposizione per almeno otto ore al giorno per catturarla con pannelli fotovoltaici, costituiti di moduli di celle fotovoltaiche, che è la tecnologia per produrre elettricità direttamente dal sole (i pannelli fotovoltaici possono essere montati su tetti e facciate di edifici) o tramite pannelli fotovoltaici per impianti di potenza fino a 10 MW. L’anidride riduce le emissioni di anidride carbonica, CO2, l’anidride solforosa, SO2, monossido di azoto, NO, il biossido di azoto NO2, H2SO4 acido solforico, etc.. Rende i Paesi indipendenti dai combustibili fossili importati, ma si richiedono grandi territori per impiantare grandi impianti di energia solare e il costo dei sistemi fotovoltaici è ancora molto alto, anche se ci sono incentivi per il loro assemblaggio. La Germania è disposta a sostenere i costi di distribuzione delle celle solari in un numero molto maggiore per un calcolo puramente economico: la ragione per farlo è quella di combattere il cambiamento climatico.
    CONTRO lo shale gas – fracking nei dibattiti. Per il Fracking c’è l’allarme degli scienziati: “Causa terremoti anche maggiori di 5°”. Su “Scienze” sono stati pubblicati tre articoli di geologi americani , che dimostrano una correlazione tra le attività di fracking e la fratturazione idraulica della roccia con iniezioni di potenti immissioni di acque reflue nel terreno, utilizzate anche nelle tecniche per l’energia geotermica, precedentemente fratturato, per permettere al gas di raggiungere la superficie per l’estrazione di gas naturale e si sono verificati terremoti in prossimità della perforazioni, dal 3° al 5° o anche di più. Senza contare che la terra coperta da queste tecniche può essere più sensibile alle conseguenze dei terremoti violenti in altre parti del mondo, le cui onde sismiche potrebbero produrre ripercussioni disastrose. Arch. Paola Giannone, docente di Tecnologia, Roma, Italia

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  • Ben detto sign. Di Cesare. E io consiglio anche di leggere la risposta della Prof. MR D’Orsogna, che controbatte punto per punto il prof. Clo, io non aggiungo altro, e’ un po’ lungo ma ne vale la pena! Auspico solo che un dibattito serio su una rete nazionale avvenga prima del Referendum del 17 Aprile (al quale io ovviamente votero’ si!).
    http://dorsogna.blogspot.it/2016/03/alberto-clo-direttore-eni-referendum.html

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