L’Editorial Board del New York Times scrive che per gli Stati Uniti è arrivato il momento di “ripensare” le relazioni con l’Egitto. Washington e il Cairo mantengono rapporti di collaborazione, essenzialmente impostati sull’approvvigionamento militare egiziano, ma anche su una lettura (non troppo ufficiale) del presidente/generale Abdel Fattah al Sisi come elemento di stabilizzazione nell’area. L’Egitto è il paese più popoloso del Maghreb e ha un confine aperto con il Medio Oriente. Una lettura stabilizzatrice che molti in Occidente hanno condiviso, dimenticando le grosse incoerenze su cui il governo golpista di Sisi si regge, a cominciare dalle violazione dei diritti.

Per esempio il caso del ricercatore italiano Giulio Regeni, ucciso in condizioni misteriose e forze con la complicità delle strutture paralallele che contribuiscono a tenere ferma la stretta presa sul potere del presidente egiziano. Oppure il comportamento sulla crisi libica: l’Egitto sostiene apertamente il governo di Tobruk contro l’omologo tripolitano, e non solo mentre dichiarava la propria apertura al processo di pace veicolato dall’Onu ha più volte fatto saltare i passaggi politici per renderlo operativo (con pressioni sui politici cirenaici), ma lo ha fatto seguendo una propria linea geopolitica, ossia la ricerca di maggiore influenza in Cirenaica (se non di annessione della regione).

“È giunto il momento di sfidarli e rivalutare se un’alleanza che è stata a lungo considerata una pietra miliare della politica di sicurezza nazionale americana sta facendo più male che bene” scrive il NYTimes nell’articolo che detta la linea editoriale del giornale, ed è dunque destinato ad influenzare molta opinione pubblica americana, e vari politici (il Nyt ha di solito una linea morbida con l’attuale amministrazione).

Da uno dei tempi storici del giornalismo, si ricorda quando la Casa Bianca non voleva definire la presa di potere di Sisi un colpo di stato, perché la terminologia avrebbe rischiato di annacquare i rapporti — per legge gli Stati Uniti non possono avere relazioni con presidenti golpisti — mentre sul piatto c’era oltre un miliardo di dollari di forniture militari.

Analoga richiesta di rivedere le relazioni è arrivata in questi giorni in una lettera indirizzata a Barack Obama e firmata da alcuni dei maggiori esperti di Medio Oriente del paese (alcuni hanno lavorato per l’Amministrazione Obama, come Tamara Cofman Wittes, che adesso è alla Brookings Institution e prima è stata un alto funzionario del Dipartimento di Stato). Gli esperti, indignati, denunciano quello che si sapeva già: campagne di censura, repressioni, minacce, rapimenti e torture di coloro che escono dall’orbita presidenziale, esecuzioni extragiudiziali, ad opera di strutture di intelligence e polizia segreta e parallele a quelle ufficiali dello Stato, che si occupano di disinnescare e distruggere ogni forma di opposizione — è probabile che Regeni sia finito proprio dentro questo torchio.

“Obama dovrebbe esprimere personalmente al signor Sisi la sua preoccupazione per gli abusi in Egitto e sull’approccio controproducente del paese in materia di antiterrorismo”, scrive il New York Times. L’Egitto sta portando avanti una intensa, ma poco produttiva, campagna militare nel Sinai, dove si trova una forte provincia locale dello Stato islamico che ha compiuto attacchi dalle località turistiche del Mar Rosso fino al Cairo, con l’intento di colpire la principale risorsa economica del paese (il turismo) e rovinare l’immagine internazionale del governo. Ma allo stesso tempo gli uomini di Sisi hanno costituito un sistema repressivo contro ogni genere di istanza islamista, anche quelle più morbide, considerandole tutte realtà terroristiche — è possibile che nelle sue attività di ricerca, Regeni abbia avuto contatti con parte di questo mondo vicino ai sindacati, altro bersaglio del governo.

“Il presidente dovrebbe cominciare a pianificare per la possibilità di una rottura nell’alleanza con l’Egitto. Appare sempre più necessario tale scenario, salvo un drastico cambiamento di rotta di Mr. Sisi” è la linea definitiva del NYTimes, ma contemporaneamente si susseguono le notizie su forze militari, ed inclinazioni politiche, francesi che si posizionano nello stesso lato dell’Egitto nella delicatissima situazione in Libia.

 

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