“Allora, Matteo Renzi arriva a vedere la mostra?” chiede, con impazienza, qualche invitato all’inaugurazione della mostra dedicata al genio nostrano e toscanissimo dei Macchiaioli, nel romano Chiostro del Bramante. È martedì sera, in una capitale che attende con ansia di incontrare il premier, in ogni evento mondano, specie se come richiamo c’è la sua terra natale. Niente da fare, al piano superiore si fanno invece notare l’ex presidente della Camera dei Deputati Fausto Bertinotti e l’ex assessore alemanniano alla cultura Umberto Croppi, pronto a candidarsi con il candidato del Pd al Comune di Roma Roberto Giachetti. Due che al bar non possono passare inosservati, e discutono del futuro della metropoli. Fatto sta che l’esposizione merita di essere osservata con attenzione, grazie alle oltre 110 opere che rappresentano la punta di diamante di ricchissime raccolte di grandi mecenati dell’epoca, personaggi di straordinario interesse, accomunati dalla passione per la pittura, imprenditori e uomini d’affari innamorati della bellezza, senza i quali oggi non avremmo potuto ammirare questi capolavori. Talvolta donate dagli autori stessi e più spesso acquistate per sostenere gli amici pittori in momenti difficili.

Un percorso di nove sezioni dove si possono ammirare opere quali “Il Ponte Vecchio a Firenze” (1879) di Telemaco Signorini, “Il giubbetto rosso” di Federico Zandomeneghi, “Marcatura dei cavalli in Maremma” (1887) e “Ciociara (Ritratto di Amalia Nollemberg)” di Giovanni Fattori, “Place de la Concorde e Campo di neve” di Giuseppe De Nittis, accanto al “Ritratto della figlia Alaide” di Cristiano Banti, “Cucitrici di camicie rosse” (1863) di Odoardo Borrani, “Sforni in veranda che legge” (1913) e il “Ritratto della moglie Isa” (1902) di Oscar Ghiglia. Opere che appartenevano a grandi collezioni del passato, come quelle di Cristiano Banti, Diego Martelli, Rinaldo Carnielo, Edoardo Bruno, Gustavo Sforni, Mario Galli, Enrico Checcucci, Camillo Giussani, Mario Borgiotti, oggi confluite per lo più in collezioni private. Sì, Renzi le conosce senz’altro queste opere, ma un salto al Chiostro bisogna farlo per valorizzare l’arte toscana del tempo che fu. Catalogo Skira.

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