L'editoriale di Stefano Cingolani

Questo referendum è un suicidio nazionale”. Romano Prodi ha colto perfettamente il senso di quel che sta avvenendo in vista del 17 aprile, perché l’appuntamento al quale sono chiamati gli italiani ha assunto un valore simbolico, quindi politico, che va al di là del quesito posto, delle piattaforme in mare, delle concessioni, del gas, delle “trivelle”, per diventare un’altra sfida all’idea di una società guidata da quel criterio razionale basato sui fatti e sulla loro verifica che rappresenta il sigillo della modernità. Non è la prima volta che ciò accade e potrebbe non essere l’ultima se non si riesce a mettere fine a questo cupio dissolvi.

Il referendum in sé e per sé è del tutto strumentale, è inutile e nello stesso tempo dannoso. Che sia strumentale, del resto, lo dimostrano le polemiche scoppiate dentro il Pd. La consultazione non è stata promossa raccogliendo le firme dei cittadini, ma per iniziativa di nove regioni (erano dieci poi l’Abruzzo ci ha ripensato) guidate dalla regione Puglia il cui presidente Michele Emiliano si è autocandidato ad anti Renzi e ha colto anche questa occasione. Non l’unica per la verità, perché attacca il governo a ogni pie’ sospinto, dal Jobs act alle riforme istituzionali. Il suo ego non sempre sotto controllo lo ha spinto a paragonarsi a Obama: “Io e Barack siamo contro le trivelle”, ha dichiarato.

I presidenti delle regioni che lo hanno seguito sperano di lanciare un avvertimento a chi vuole ridimensionare i loro poteri, riportando a livello centrale competenze su temi, come l’energia, che non sono locali, anzi per la verità sono sempre più globali. Coltivano una illusione, ma ogni “suicidio nazionale” è basato su qualche illusione.

Il referendum è anche inutile, perché le trivelle entro le acque territoriali (dodici miglia marine) non ci saranno più per decisione già presa dal governo. E perché non è vero che gli idrocarburi (l’80% gas) perduti, pari all’8% dei consumi nazionali, saranno rimpiazzati immediatamente con le fonti rinnovabili. Per come stanno le cose, andranno acquistati all’estero, un’altra circostanza che rende dannoso l’esito del sì. A questo s’aggiunge il rischio di perdere posti di lavoro (si stima che possano essere diecimila) e di dare un colpo a un’altra delle eccellenze tecnologiche italiane.

Gli argomenti razionali sono molti, uno tira l’altro. Ma come era prevedibile sta prevalendo la pancia alla testa. Così Beppe Grillo dice che astenersi significa “trivellare la democrazia”. Da che pulpito arriva la predica, dalla democrazia della rete controllata da Casaleggio? E di quale demos si parla in una consultazione che non è popolare, ma regionale, che non nasce raccogliendo le firme dei cittadini, ma dai vertici di istituzioni contestate a ogni pie’ sospinto, accusate (anche ingiustamente) di essere fonte di sprechi e malaffare e poi esaltate quando fa comodo. Tutto strumentale, appunto, proprio come il referendum.

Ma la frase di Prodi merita una riflessione in più. L’ex presidente del Consiglio mette in guardia dagli stregoni e dai loro apprendisti i quali predicano la decrescita (che sia felice non lo crede in realtà nemmeno l’ex maoista Serge Latouche inventore della formula magica), lo stato stazionario, la società dei bamboccioni, che non fa figli, che non rischia, consuma il grasso accumulato dalla generazione precedente, quella del dopoguerra che si è rimboccata le maniche, vive di rendita e reclama non la giusta paga per il lavoro fatto, ma un reddito garantito per non far nulla. Inutile negarlo, questo è il paradigma che guida chi cavalca oggi la tigre scatenata da Emiliano per prendersi le sue rivincite personali.

Non serve evocare l’ambientalismo, la riconversione verso le fonti rinnovabili e lo sviluppo sostenibile come ha fatto l’Avvenire. Il quotidiano della Cei ha ricordato il messaggio ecologico di Papa Francesco, compiendo un vero volo pindarico e alimentando un’illusione. L’Italia è andata molto avanti nell’uso di fonti energetiche rinnovabili: il sole e il vento, a parte l’acqua che è una delle nostre ricchezze soprattutto al nord. Lo ha fatto pagando un prezzo che pesa sulla bolletta elettrica. Si può fare ancora di più, ma ci vuole tempo e denaro. In ogni caso, oggi come oggi lo stesso uso delle rinnovabili richiede l’esistenza di una rete elettrica efficiente alimentata con altre fonti (il carbone in Germania, paese che ha sviluppato molto l’eolico, o il gas in Italia). Tutti noi vorremmo degli accumulatori di lunga durata, dalle batterie per le auto elettriche a quelle che consentono di tenere accesi i telefonini per oltre una giornata. Non ci sono ancora, purtroppo. Anche se la tecnologia sta compiendo grandi passi avanti, non esiste la possibilità di stoccare grandi quantità di energia in grado di far funzionare una società sviluppata. Chi sostiene il contrario mistifica, anzi dice una bugia. E’ anche questa una operazione strumentale. Appunto, proprio come il referendum.

Stando così le cose, la scelta più razionale è non andare alle urne, respingere una vera e propria provocazione politica sulla pelle di tutti gli italiani. A chi importa la guerra nel partito Democratico se non ai vari capi corrente? Battaglia legittima per la leadership, sia chiaro, ma tutta interna. Perché dovrebbe partecipare (e pagare perché il referendum costa) chi non è iscritto al Pd? Purtroppo, è stata montata una campagna propagandistica che va ben oltre i limiti della pura ragione, si gioca sulle emozioni, si strumentalizzano i sogni, si manipolano le masse. Lo abbiamo già visto. E l’Italia nell’ultimo secolo ha fatto da laboratorio politico.

Per evitarlo non basta solo ragionare facendo appello al buon senso, è arrivato il momento di agire.

Stefano Cingolani

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