Il referendum del 17 aprile è ormai sbarcato sui grandi media e ha fatto il suo ingresso in tutte le televisioni. Ma purtroppo ciò non contribuisce a chiarire le cose davanti agli elettori. La colpa è un po’ dei referendari, un po’ della consultazione in sé che non è affatto chiara e distinta.

Tra i promotori del referendum stiamo assistendo a un balletto che ha spesso lati grotteschi. Come la gara del mitile ignoto, sì il mitile, la cozza in altri termini, una tenzone nella quale si stanno distinguendo Michele Emiliano, presidente della Puglia e comandante in capo delle schiere No Triv (si fanno chiamare così contribuendo alla confusione) e il sindaco di Napoli Luigi De Magistris. Entrambi si scambiano messaggi vantando il primato della cozza pulita. Nel caso di Napoli è una evidente bugia nel caso di Bari è una speranza. Ravenna, la demonizzata capitale delle trivelle, cerca di dimostrare, dati ufficiali alla mano, che da lei è una realtà. Inutile, nessuno le crede. Del resto, De Magistris è un cocco della televisione nazional-spettacolare.

Mangiare frutti di mare non è esattamente un diritto tra quelli tutelati dalla carta dell’Onu. Può essere un piacere (quindi se non sono buoni che piacere è?). Ma certo è surreale chiamare il popolo a votare sul pelo delle cozze.

Questa pochade alla napoletana è un’altra dimostrazione che nessuno ha capito che cosa bisogna decidere.

Non è un referendum popolare nel vero senso della parola, ma un referendum “regionale”. Il tentativo di raccogliere le firme necessarie è fallito e allora un pugno di “willings” ha scelto la scorciatoia delle dieci (poi diventate nove) regioni.

Non è un referendum sulle trivelle perché sotto tiro non sono le trivelle (cioè i grandi cavatappi che bucano il terreno), bensì piattaforme da tempo produttive.

Non si stanno cercando nuovi idrocarburi, al contrario si sfruttano quelli che sono stati già trovati.

Non si tratta di impedire che il mare Adriatico diventi una grande macchia nera, come dice Greenpeace nella sua propaganda, perché in Adriatico c’è gas metano che non macchia, magari intossica, però non s’attacca alle ali del mitico gabbiano.

Non è un voto sulla politica energetica come vorrebbe Legambiente che ha l’aria di essere stata tirata in ballo bon gré mal gré: il quesito (di per sé del tutto incomprensibile) non chiede agli italiani se vogliono gli idrocarburi o il sole. D’altra parte, mentre l’idea che quel che si perde chiudendo le piattaforme possa essere rimpiazzato da energie rinnovabili è una mistificazione. Le rinnovabili servono a produrre elettricità, il gas e il petrolio per cucinare, in gran parte per riscaldare e per i trasporti, quindi non sono sostituibili nell’immediato.

Non è una prova politica, sostengono alcuni organizzatori. Basta ascoltare o leggere gli slogan di Emiliano per capire che si tratta, invece, di un tentativo mascherato per dare un calcio negli stinchi al governo, o meglio all’odiato Matteo Renzi. Dunque si chiede una cosa per ottenerne un’altra. Come definire questo tortuoso gioco politico-dialettico?

E’ una battaglia politica, dice al contrario l’ala più militante del movimento No Triv che si richiama al mitico referendum del 1987 contro il nucleare, una grande prova di democrazia popolare anche se è costata (secondo calcoli ancor oggi approssimativi e per difetto), l’equivalente di cento miliardi di euro.

Sia chiaro, è giusto cambiare le priorità energetiche, ma perché non farlo tenendo conto di tutte le compatibilità? Gli svedesi hanno votato nel 1980 contro il nucleare, ma ancor oggi l’80% della elettricità viene prodotta grazie all’uranio. I governi di sinistra e di destra che si sono succeduti a Stoccolma non hanno tradito la volontà popolare, ma hanno atteso che maturasse una sostituzione tecnica, per lo meno parziale (eolico e biomasse per esempio). Quanto alla Germania, sta spingendo sulle rinnovabili, ma per ora sostituisce il nucleare soprattutto con il carbone (pulito naturalmente perché tedesco, se fosse italiano sarebbe puzzolente e venefico).

Potremmo continuare con il gioco dell’identità (mancante) e ci sarà l’occasione di farlo nei prossimi giorni. L’unica cosa certa, avrebbe detto Montale, è che sappiamo chi non siamo e che cosa non vogliamo. Socraticamente parlando sarebbe la premessa per la conoscenza di sé e del mondo. Nel caso del referendum ricorda la borsa di Amsterdam del 1688 secondo José Penso de la Vega: confusion de confusiones.

Stefano Cingolani

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