Il Manifesto-appello firmato dai vertici di 9 banche di credito cooperativo e dall'economista Marco Vitale

Il 24 febbraio 2016 undici alti rappresentanti del Parlamento Europeo, compreso il vice-presidente dello stesso, l’italiano Antonio Tajani, hanno sottoscritto e inviato a Lord Jonathan Hill, Commissario Europeo per la stabilità finanziaria, i servizi finanziari e l’unione dei mercati dei capitali, una lettera importante.

In essa gli esponenti del Parlamento Europeo ricordano al Commissario Europeo che le “piccole e medie imprese” (SME) rappresentano la spina dorsale dell’economia europea. La lettera precisa che le SME sono più di 20 milioni nell’area dell’euro e occupano più di 80 milioni di persone, “il che vuol dire che 2 su 3 occupati lavorano attualmente in piccole o medie imprese”.

Le SME generano il 55% del GDP europeo e forniscono un contributo vitale alla crescita e all’occupazione dell’area dell’euro. Partendo da questi dati fondamentali la lettera constata che richiedere alle banche per i finanziamenti alle imprese minori gli stessi parametri di capitale richiesti per le imprese di maggiore dimensione, rende difficile l’afflusso di credito alle SME. E ciò indebolisce il ruolo che le SME possono giocare nell’incremento dell’occupazione e nel sostenere la crescita economica. La lettera conclude dunque chiedendo che vengano abbassati i requisiti di capitale per gli impieghi a favore delle SME, come strumento per far affluire più capitale alle stesse.

Questa lettera, altamente rappresentativa del dibattito in corso in materia a livello dell’UE, andrebbe fatta leggere ai vertici della Banca d’Italia e del Ministero del Tesoro che continuano a perseguire il mito delle grandi dimensioni come unica via al buon funzionamento del credito, e che vorrebbero cancellare piccole imprese e piccole banche, il che equivale a dire: cancellare l’Italia.

E’ su questa deprecabile e pericolosissima linea (che ignora totalmente l’esperienza internazionale tutt’altro che positiva della corsa alle grandi dimensioni delle banche sino ai più recenti disastri del MPS, campione di acquisizioni e della Deutsche Bank), che si pone anche il recente provvedimento sulle BCC che, come ha scritto il Sole 24 Ore, ha ricevuto anche “disco verde da Moody’s”. Questo disco verde dall’agenzia americana, portavoce dei centri finanziari internazionali, è la prova provata che si tratta di un provvedimento dannoso all’economia reale italiana ed all’Italia del lavoro. L’altra riprova di ciò è che il provvedimento non è stato oggetto di un ampio e aperto dibattito pubblico come si sarebbe fatto, ad esempio, in Germania, lo si è tenuto nascosto sino all’ultimo, oggetto di trattative oscure, ed è stato poi approvato dal governo come provvedimento di straordinaria urgenza, come si fa con le calamità naturali. Questo modo di procedere non è proprio delle leggi di riforma, in nessun paese civilizzato, ma lo si usa per le cose di cui ci si vergogna.
Le Autorità hanno, a nostro modesto avviso, molto da farsi perdonare per questa sistematica demolizione del credito cooperativo e territoriale, che è contro le piccole e medie imprese italiane, contro l’occupazione, contro la crescita e lo sviluppo, contro l’Italia che lavora, ed in particolare contro il Mezzogiorno.

Sulla riforma delle BCC purtroppo il Governo non è riuscito a trovare un punto di equilibrio convincente tra due diverse necessità: rendere il sistema più forte ma senza ledere eccessivamente la libertà di impresa (avendo costretto tutte le BCC a far parte di un unico gruppo senza alcuna facoltà di recesso.)

“Questo equilibrio poteva essere garantito in diversi modi: imponendo una soglia minima di capitale per la costituzione di un gruppo non eccessivamente elevata (intorno ai 500 milioni di euro) oppure consentendo alle BCC con un patrimonio medio-alto e/o sufficientemente solide di non aderire a nessun gruppo e continuare ad operare in autonomia. Lasciando alle singole BCC la scelta tra le due opzioni.”

“La questione ora diventa fino a che punto il Governo intende proseguire su questa strada oppure, prendendo responsabilmente atto delle critiche mosse, deciderà di ripensare l’intera questione. Non la riforma nel suo complesso, ma il passaggio relativo alla libertà di adesione al Gruppo.”
In ogni caso occorre abbassare l’attuale limite di un miliardo e favorire il pluralismo anche perché la soluzione del Gruppo unico (sostanzialmente unico con il limite di un miliardo) cozza irrimediabilmente con l’esclusione della facoltà di recesso in eterno.

Più che un Gruppo sarebbe un campo di concentramento…improponibile!
Una soluzione auspicabile, è quella di abbassare la soglia di capitale del Gruppo da un miliardo a molto meno. Si darebbe così la possibilità di costituire più gruppi,senza nemmeno eccessive penalizzazioni geografiche. Si andrebbe a ricostruire una salutare pluralità che è pur sempre l’anticamera della democrazia e di un mercato efficiente. Così facendo nessuno più avrà motivo di andar via perché ognuno potrà stare nel gruppo, territorialmente e culturalmente più congeniale. Finirebbero tutte le fondatissime polemiche seguite al decreto per la cosidetta way out.

Inoltre, il merito delle BCC “normali” (che sono la stragrande maggioranza) non viene tutelato adeguatamente nel decreto. Facciamo colpevolmente di tutte le erbe un fascio, trattiamo allo stesso modo chi “dona” patrimonio e chi colpevolmente ne ha necessità. Chi ha disamministrato e chi ha amministrato. Chi ha fatto credito allegro e chi è stato prudente! Dispiace che Banca d’Italia non ci dia una mano su questi concetti…e sembra averci lasciati soli a difendere il concetto di sana e prudente gestione.

Infine bisogna prevedere necessariamente che i Gruppi bancari siano governati solo ed esclusivamente dai rappresentanti delle BCC virtuose. Deve passare il concetto sacrosanto che chi non è bravo ad amministrare a casa sua non può amministrare a casa d’altri.

Applicando già oggi questo concetto avremmo delle esclusioni a dir poco eclatanti ai vertici del nostro movimento!
Le soluzioni più semplici – a volte – sono le migliori:

– Le BCC sono cresciute tantissimo negli ultimi tempi pur in presenza dei tanti difetti che i soloni odierni ci vogliono affibbiare. Lasciamole continuare a lavorare. Per la governance, più che imposizioni dall’alto, basta eliminare le deleghe dei soci nelle assemblee, basta porre dei limiti seri ai mandati, mettere dei limiti seri ai compensi. Occorre trasparenza sui compensi agli amministratori regionali e nazionali, mettiamo sul sito le cifre!

– Togliere dal tavolo tutto il dibattito sulla via d’uscita delle BCC più grosse, semplicemente dando loro la possibilità di restare come sono e senza obbligo di aderire ad un Gruppo. Sarà il Gruppo, se virtuoso, a creare l’appeal necessario affinché scelgano di entrare nel Gruppo. Così facendo non si snatura tutto il sistema e cessa immediatamente tutta la furibonda discussione sulla way-out e sulla demutualità, che non possiamo permetterci;

– Chiudere al più presto questo annoso, fumoso e surreale dibattito con una seria e proficua condivisione. Non possiamo più permetterci altri interventi autoritari partoriti da burocrati che messi a dirigere una nostra Filiale la farebbero probabilmente fallire in poche settimane…C’è urgente bisogno di un rasserenamento dell’ambiente. Abbiamo bisogno di tornare a lavorare in tutta tranquillità. Questa situazione di incertezza sul nostro futuro sta andando avanti da più di un anno e nessuno dei soloni che ci circondano ha ancora capito che questo ci danneggia enormemente e toglie impegno, fantasia e creatività a tutto l’ambiente il quale già opera in situazione di crisi economica generale e non può certo permettersi anche un’aggiunta di crisi di nervi…

– Non capiamo assolutamente questa fretta del nostro Presidente Azzi che vuole accelerare su tutto. Una riforma va condivisa e più tempo abbiamo a disposizione più la riforma ne esce rafforzata. Non possiamo sacrificare la riforma perché qualche BCC “amica” ha bisogno urgente della riforma oppure qualche personaggio ha urgenza di sedere adesso nel CdA della nuova holding oppure non si siederà più… Questi comportamenti non appartengono al credito cooperativo e non fanno bene al credito cooperativo. Il tempo delle vacche grasse è finito. Basta sperperi ne sono stati fatti già abbastanza.

– Basta “fuoco amico” sulle BCC. Basta corsa alle poltrone. Più che un’autoriforma ci sembra un autopoltronificio. E’ inutile accaparrarsi le botti se ci tagliano il vigneto… Chi ha dormito fino ad ora si svegli, prima che sia troppo tardi.

 

Questa lettera-manifesto è firmata da:

Antonio Marino – Direttore Generale BCC di Aquara

Michele Albanese – Direttore Generale BCC Monte Pruno di Roscigno

Angelo De Luca – Direttore Generale BCC di Buonabitacolo

Giampiero Colacito – Direttore Generale BCC di Civitanova Marche  

Emanuele Di Palma – Direttore Generale BCC S. Marzano di Taranto

Lino Siciliano – Direttore Generale BCC Mazzarino

Massimo Nelti – Direttore Generale BCC Marcon Venezia

Fabrizio Marinelli – Risk Manager BCC di Ripatransone

Venero Rapisarda – Direttore Generale Credito Etneo BCC

Gianni Tortella – Direttore Generale BCC Borgo S. Giacomo

Marco Vitale – Economista

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