Il commento dell'editorialista Federico Guiglia

Sembra tutto piccolo e irrilevante in confronto alla grande realtà dell’Unione dei ventotto Paesi. Piccola è l’Austria coi suoi otto milioni e mezzo d’abitanti, appena l’1,7 per cento dell’intera popolazione europea. Piccoli appaiono i duecentocinquanta metri di effettivo passaggio alla frontiera che Vienna intende blindare.

Piccolo è pure il flusso dei migranti che vanno di là e soprattutto vengono di qua dal Brennero. Eppure, i lavori in corso del governo austriaco per trasformare la porta d’Italia verso l’Europa in un muretto coi poliziotti di guardia, aree per detenere i profughi e, si può immaginarlo, tanti cani lupo pronti a inseguire i fuggiaschi, rappresenta al meglio il peggio dell’Europa: l’addio alla libera circolazione delle persone e delle merci. La fine dei ponti e dei sogni. L’illusione che chiudendosi a chiave, il fortino austriaco non potrà essere espugnato. Espugnato, oltretutto, non da armate bellicose, ma da un modesto esercito di povera gente che nella maggior parte dei casi cerca solo un destino migliore e altrove. Sergio Mattarella, un presidente che non ama le parole forti, stavolta ha bollato come “zavorra” la barriera che si sta costruendo al Brennero trent’anni dopo la caduta del muro di Berlino, e cent’anni dopo la fine di quella Grande Guerra che ha dato all’Italia il suo confine settentrionale, naturale e strategico.

Un confine sempre più aperto col trascorrere del tempo e lo sviluppo di una nuova coscienza europea frutto della pace, dei viaggi, degli incontri fra popoli oltre ogni frontiera. Ma se per andare in Europa bisognerà prima bussare alla porta del Brennero, significa rompere tutto. Se per venire in Italia i turisti, i trasportatori e chiunque dovranno prima chiedere permesso agli austriaci, di quale “Unione” parliamo? L’Unione delle scatole cinesi dove ogni Paese contorce i suoi confini. Un’attrazione fatale che s’insinua nel Nord Europa, nei Balcani, nei Paesi dell’ex Est. Chiudere il Brennero è il concreto esempio di quanto tale pregiudizio abbia fatto strada.

Nelle ore in cui Papa Francesco annuncia il viaggio all’isola greca di Lesbo “per esprimere vicinanza ai profughi”, il confine italiano ed europeo diventa il simbolo mondiale della paura e della miopia. È un’evidente violazione del Trattato di Schengen, che ha abolito i controlli alle frontiere. È un danno anche all’economia, che si nutre di viaggi, di scambi, di libertà. È un pugno nello stomaco per tutti.

(Commento pubblicato su L’Arena di Verona, Il Giornale di Vicenza e Bresciaoggi e tratto dal sito www.federicoguiglia.com)

(Foto d’archivio)

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