I Graffi di Damato

Origliare, anche solo metaforicamente, i rumori, gli umori e quant’altro di una redazione di giornale non è bello. E spesso si può anche rischiare di scambiare inconsapevolmente lucciole per lanterne. O di rendersi, sempre a propria insaputa, strumento di faide interne: umanissime, ma sempre faide.

Fatta questa premessa, ho ricavato l’impressione che abbia fatto rumore più dentro che fuori l’intervista di Matteo Renzi a Repubblica nel giorno di festa della Liberazione. L’intervista dell’annuncio che “è finito il tempo della subalternità” della politica alla magistratura, e che “noi facciamo le leggi e loro”, cioè i magistrati, “fanno i processi”, arrivando preferibilmente a sentenze definitive, non provvisorie sulla soglia della prescrizione. Che è stata – altra impressione, giusta o sbagliata – una formula di prudente compromesso impostasi dal presidente del Consiglio, proprio considerando il giornale ai cui lettori si rivolgeva, essendogli forse venuto più spontaneo di dire, in una riunione di partito e persino davanti ad una Camera, che “noi facciamo le leggi e loro le applicano”. Punto e basta.

Che la musica del giovane presidente del Consiglio, e segretario del Pd, non fosse proprio quella cui erano stati abituati per quarant’anni i lettori del suo giornale, deve averlo capito subito e bene il direttore Mario Calabresi. Che, assai parco nei suoi interventi da quando si è insediato succedendo a Ezio Mauro, poco più di tre mesi fa, ha sentito il bisogno o l’opportunità di affiancare all’intervista di Renzi a Claudio Tito un proprio editoriale per indicare, sin dal titolo, “i rimedi per una guerra fuori dal tempo”, come quella apertasi con la protesta dello stesso Renzi davanti al Senato contro “25 anni di barbarie giustizialista”, fatta di avvisi di garanzia scambiati per condanne e di processi nei tribunali preceduti da processi mediatici di natura a dir poco sommaria, e con le interviste a raffica del nuovo presidente dell’associazione dei magistrati, Piercamillo Davigo, contro i politici che nella pratica del furto avrebbero solo perduto la voglia, o la tentazione, di “vergognarsene”.

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In testa ai “rimedi” suggeriti per uscire da quelli che lui ha definito “duelli verbali sterili e sfinenti”, il direttore di Repubblica ha messo gli interventi legislativi che il governo si è proposto ma non è ancora riuscito a portare a termine per allungare i termini della prescrizione, come reclamano i magistrati, cercando tuttavia di non allungare così ulteriormente processi già troppo lenti, e di dotare le toghe e i loro uffici di più mezzi. Egli ha inoltre rimproverato a Renzi di avere lasciato ai loro posti un sottosegretario e un ammiraglio coinvolti nell’inchiesta di Potenza sull’affare petrolifero di Tempa Rossa per “comportamenti a dir poco spregiudicati”. Ed ha sollevato il problema di garantire trasparenza ai finanziamenti della politica anche attraverso le fondazioni, più o meno personali, che hanno sostituito partiti e correnti.

Ma, concesso tutto questo ai magistrati, abitualmente venerati dai lettori del suo giornale, salvo eccezionali sortite del fondatore Eugenio Scalfari contro qualche strafalcione clamoroso, come ai tempi dello scontro fra la Procura di Palermo e l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il buon Calabresi ha dovuto ammettere e lamentare le “generalizzazioni” di Davigo, accusandolo esplicitamente di avere “esacerbato i toni dello scontro”. E soprattutto, anche a costo di contraddire tutto il male precedentemente scritto delle prescrizioni attuali, ha denunciato “la sciatteria con cui migliaia di fascicoli giudiziari”, per non dire centinaia di migliaia, “vengono fatti marcire”, per cui gran parte dei termini scadono quando ancora le indagini non sono arrivate a processo. Non si è risparmiata, il buon Calabresi, neppure la denuncia delle “sentenze che si smentiscono ben oltre la fisiologia processuale”. Meglio, credo, non avrebbe potuto scrivere, immagino con quanta soddisfazione per Renzi quando lo ha letto, e con quanta delusione e preoccupazione per chi in redazione e fuori erano abituati a ben altro spartito.

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Il solito Marco Travaglio, sull’altrettanto solito Fatto Quotidiano, non ha potuto naturalmente trattenere la sua indignazione per questa che mi sembra di poter chiamare una svolta garantista di Repubblica. Una svolta, d’altronde, preceduta di poche ore, forse non casualmente, dal fondatore Eugenio Scalfari con il ricordo, fatto nel salotto televisivo di Lilli Gruber, di un vecchio e inedito incontro avuto con Francesco Saverio Borrelli e i suoi colleghi inquirenti di Mani Pulite, inutilmente invitati dall’allora capo della Procura di Milano a “riflettere” sugli eccessi manettari lamentati dallo stesso Scalfari. Che certamente non poteva essere sospettato di volere scoraggiare le indagini allora esplose su Tangentopoli.

Travaglio, però, più che con Calabresi, ha preferito prendersela con il “presunto” intervistatore di Renzi: “Un tal Tito”, “un po’ più pidino del segretario del Pd”, troppo genuflesso insomma davanti al presidente del Consiglio, e via travagliando.

Tanti auguri naturalmente a Claudio Tito, anche a costo di procurargli quella che penalmente si chiama “aggravante” nel verdetto del suo severissimo giudice. Che ha potuto comunque rifarsi, a suo modo, con le cronache dell’ultima raffica di arresti, perquisizioni e avvisi di garanzia nel Casertano. E’ rimasto coinvolto per il solito concorso esterno in associazione camorristica anche il presidente campano del Pd Stefano Graziano, ex consulente di Palazzo Chigi.

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