L'approfondimento di Zeffira Zanfagna

Il leader sciita sadrista Muqtada al-Sadr – oramai guida indiscussa della protesta pacifica che anima l’Iraq da luglio 2015 (qui l’articolo di Formiche.net), e che nelle ultime settimane ha raggiunto la green-zone di Baghdad – aveva fissato a giovedì 31 marzo la data ultima entro la quale il primo ministro iracheno, anch’esso sciita, Haider al-Abadi, avrebbe dovuto promuovere un rimpasto di governo e formare un nuovo gabinetto, composto da tecnocrati imparziali e competenti. Di lì a dieci giorni, il Parlamento iracheno si prenderà dieci giorni per valutare i nomi forniti da al-Abadi.

Il primo termine è scaduto e una nuova proposta di governo è stata avanzata. Chi sono i nuovi uomini di al-Abadi? E cosa ne pensano gli esperti del restyling dell’esecutivo iracheno?

LA NUOVA SQUADRA DI GOVERNO

Giovedì pomeriggio, come previsto, al-Abadi ha presentato la lista contenente i nomi dei nuovi quattordici ministri scelti per riformare il governo. “Sono stati scelti sulla base di competenze, professionalità, integrità e capacità di leadership”, ha detto al-Abadi nel discorso pronunciato di fronte al Parlamento per introdurre la nuova compagine ministeriali, scrive Al-Jazeera. Oltre ad aver completamente rinnovato l’esecutivo, al-Abadi l’ha anche snellito, riducendo da ventuno a sedici il numero dei ministri.

Uomini di punti del nuovo governo saranno – ammesso che il Parlamento approvi la proposta – Nizar Salem Al-Numer, nuovo ministro del Petrolio, e Sharif Ali bin Al-Hussein, nuovo ministro degli Esteri, parente del re iracheno deposto nel 1958. L’analista politico Faiq al-Rawi ha detto ai microfoni di The New Arab – sito di informazione specializzato sul mondo arabo, con sede a Londra – che scegliere Sharif Ali bin al-Hussein potrebbe veicolare “un messaggio positivo” agli altri Stati arabi, dal momento che l’attuale ministro degli Esteri aveva votato contro la decisione del Consiglio di Cooperazione del Golfo di bollare l’Hezbollah libanese gruppo terroristico. I ministri degli Interni e della Difesa, invece, resteranno gli stessi, al fine di dare continuità alla lotta intrapresa da Baghdad contro l’Isis.
Al-Abadi ha anche promesso che promuoverà il ricambio tra le cariche di governo più prominenti, licenziando almeno 100 senior managers, riporta Al-Jazeera.
Mantenute le promesse fattegli dal primo ministro iracheno, in occasione del faccia a faccia di domenica 27 marzo, Muqtada al-Sadr ha invitato i suoi seguaci ad abbandonare l’area circostante la green-zone, nella quale avevano manifestato durante le settimane precedenti, si legge sul sito dell’agenzia di stampa Reuters. Al-Sadr, che in un’intervista televisiva ha definito la lista presentata da al-Abadi “coraggiosa”, ha anche precisato che le consuete manifestazioni pacifiche del venerdì, dopo la preghiera, andranno avanti fin quando il Parlamento iracheno non avrà approvato la proposta del primo ministro.

IL SETTARISMO

Proprio il Parlamento costituisce, al momento, un ostacolo affinché il nuovo governo possa insediarsi. È necessario, infatti, che i vecchi ministri diano le dimissioni.
Oltre al potenziale problema costituito dal Parlamento, l’impedimento maggiore che potrebbe far sfumare il progetto di al-Abadi, e con esso le speranze nutrite dalla popolazione irachena, è la formula di governo stessa che caratterizza il panorama politico iracheno, introdotta a partire dalla caduta di Saddam Hussein, e che alimenta il fenomeno settario, principale problema della società irachena.
“All’origine dell’empasse in cui si trova l’Iraq c’è il sistema di governo etno-settario che è stato fondato dagli americani mentre occupavano l’Iraq e che ha dato vigore alle oligarchie etno-settarie che vogliono mantenere lo status-quo”, scrive Al-Jazeera.
Ideato per rappresentare in maniera fedele la composizione della variegata popolazione irachena, il sistema di governo in Iraq non ha fatto altro che alimentare corruzione e rapporti clientelari. La migliore soluzione sarebbe “una completa ristrutturazione del sistema di governo disfunzionale, così da dare al Paese una stabilità di lungo periodo”, prosegue Al-Jazeera.
Prova del fatto che il settarismo sia una reale minaccia per lo stato di salute dell’esecutivo iracheno è stata la rinuncia all’incarico di ministro delle Finanze, da parte di Ali Allawi, scelto da al-Abadi per ricoprire l’incarico. In una lettera del 6 aprile, circolata on-line e la cui autenticità è stata confermata dall’ufficio di Allawi stesso, questi ha giustificato la sua scelta scrivendo che “le lotte politiche intestine faranno sicuramente naufragare il progetto di riforma” promosso da al-Abadi, riporta Al-Arabiya.

Non la pensano alla stessa maniera, invece, Faiq al-Rawi e Salim al-Jabouri, presidente del Parlamento iracheno. Il primo, in un’intervista a The New Arab, ha affermato che “molti dei ministri proposti non possono essere etichettati né come sunniti, né come sciiti, ma piuttosto come indipendenti, che è la cosa più importante per il Paese”. Il secondo, poi, ha commentato la vicenda dicendo: “Il risultato raggiunto è un traguardo importante e noi siamo tutti ottimisti circa il fatto che ci riprenderemo dalla crisi”, riporta sempre The New Arab.

A proposito di settarismo, Micheal Knight – Lafer Fellow al Washington Institute for Near East Policy, specializzato in politica e sicurezza dell’Iraq – ha affermato in un suo recente editoriale, pubblicato anche su che Al-Jazeera, che la lotta all’Is potrebbe fare da collante, facilitando la riconciliazione tra le parti. “Alla fine dello scorso anno, tornando dall’Iraq, ho avuto la sensazione che la comunità sunnita fosse pronta a collaborare con il governo di Baghdad (in cui il primo ministro è sciita) […] Tornando da un’altra visita, scorsa settimana, durante la quale ho intervistato molti leader del blocco politico sciita, ho maturato la sensazione che i leader sciita abbiano acquisito coscienza della possibilità di riconciliarsi (con il blocco sunnita) e siano desiderosi di comprendere cosa possa essere messo in pratica”.

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