Il commento dell'economista Gianfranco Polillo

Quaranta miliardi è quella sorta di numero magico che indica il livello presunto di corruzione in Italia. Circa il 3 per cento del Pil. Difficile rintracciare il percorso analitico, che porta a queste cifre. Tutto si deve ad una vecchia “profezia” – non sapremo descriverla diversamente – di Daniel Kaufmann, della Banca Mondiale, secondo il quale quel rapporto è l’indice medio della corruzione nel mondo. Ed allora: se il Pil italiano é di circa 1.700 miliardi, la corruzione è pari appunto a 40 – 50 miliardi. Dato più volte indicato dalla stessa Corte dei conti. Elementare Watson. Ma anche poco credibile.

I conti sarebbero importanti, se fossero dimostrabili. Lo sono ancor di più alla luce delle recenti polemiche di Piercamillo Davigo, secondo il quale il fenomeno, rispetto ai tempi di “mani pulite”, è decisamente peggiorato. Più una sensazione che una certezza. Il vissuto dei singoli processi, infatti, conta poco. Non essendo possibile stabilire una relazione certa tra questi ultimi e l’universo che li alimenta. Se le indagini diventano più penetranti, i casi di corruzione accertata possono aumentare. Ma non è detto che ch’essi siano il sintomo della sottostante espansione di quel grande fiume.

Detto questo, resta tuttavia il problema di comprendere perché la percezione del fenomeno, in questi ultimi anni, si è fortemente dilatata. Le cause sono diverse. Alcune di natura politica, altre semplicemente economiche. La prima Repubblica è stata anche terreno di scontro tra eserciti contrapposti. La “guerra fredda” non è stata solo la chiave interpretativa di una fase storica. Le strutture di massa dei singoli partiti esprimevano forze reali, che andavano organizzate, strutturate e mantenute. Anche se, per fortuna, lo scontro militare vero e proprio rappresentò solo l’eccezione. Tutto ciò richiedeva una disponibilità di mezzi finanziari che erano fuori della portata del semplice finanziamento pubblico. Ed ecco allora l’oro di Mosca o i dollari della Cia. Accompagnati da quelle forme di finanziamento illecito che segnò la caratteristica di un lungo ciclo politico, iniziato con gli anni ’60.

Chi pagava? Naturalmente il cittadino, ma in forme mascherate. La pressione fiscale era particolarmente bassa, almeno fino al 1992. Compensata dal crescente deficit della finanza pubblica, che copriva i costi reali del malaffare. Destinata a dilatarsi fino al punto da determinare le continue svalutazioni monetarie. Ma era difficile collegare quest’ultimo fenomeno al peso di quelle brutture, seppure nobilitata dall’intento politico della difesa del proprio “campo”.

Entrambe queste condizioni oggi non esistono più. I partiti di massa sono scomparsi dall’orizzonte politico. Il Fiscal compact impone limiti invalicabili al deficit di bilancio. La pressione fiscale è divenuta insostenibile. Tutto ciò ha fatto emergere quel legame limaccioso che, da sempre, intercorre tra l’opacità amministrativa ed il fenomeno del malaffare. Sostenere che i politici rubano come prima, come è stato detto, appare, tuttavia, improbabile. Se non altro perché una motivazione di fondo – il finanziamento degli apparati di partito – è venuta meno. Naturalmente persistono i fenomeni odiosi dell’arricchimento personale. Ma questi fenomeni esistevano anche in precedenza.

Ed allora da dove nasce la sensazione che ben poco è mutato? Dal fatto che la corruzione s’è da un lato ristretta, per quanto riguarda l’importo dei singoli affari; dall’altro si è diffusa in una miriade di micro interventi. Passando dai rami più alti della politica a quelli più bassi dell’Amministrazione. Coinvolgendo in questo pantano migliaia di cittadini. Gli esempi sono quotidiani. Basta guardare al contrasto tra l’urgenza del “fare” e la lentezza della certificazione che è presupposto dell’agire quotidiano. Il singolo cittadino si trova, ogni volta di fronte al conflitto tra “ragione” e “sentimento”. Da un punto di vista etico dovrebbe prevalere il gran rifiuto per ogni forma di pagamento improprio. Ma dal punto di vista economico, la scelta razionale è quella di aderire. L’aumento dei costi della transazione è infatti giustificata dal maggior ritorno dell’operazione. Sia essa legale o meno. Ed allora si paga. Maledicendo, ma si paga.

La dottrina ha cercato di descrivere le forme di questo contratto illecito: concussione, corruzione, traffico d’influenza. Diversi lati di una sola medaglia. Essa non è altro che il riflesso di un potere discrezionale, prevalentemente pubblico, senza controllo, che si nutre della complessità e scarsa trasparenza del procedimento amministrativo. Ed allora è difficile non aderire alle tesi di Raffaele Cantone, secondo il quale non bastano le manette per fermare la corruzione. Ciò che occorre è una grande semplificazione amministrativa che accorci le catene di comando, semplifichi al massimo le procedure, riduca i passaggi ed i poteri di interdizione. Perché è in questi anfratti che si annida il germe vero della corruzione. Che difficilmente può essere eliminata, ma che, almeno, può essere contenuta.

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