Martedì Paolo Gentiloni, ministro degli Esteri italiano, è stato il primo rappresentante di un governo occidentale ad incontrare in Libia il premier designato dal processo di unificazione sotto egida Onu, Fayez Serraj. L’incontro, dopo che il capo della diplomazia italiana è atterrato con un Falcon del governo all’aeroporto Mitiga di Tripoli, è avvenuto ad Abu Setta, la base navale militare che ospita momentaneamente il Consiglio presidenziale e il suo capo, Serraj, in attesa che Tobruk dia il via libera politico all’esecutivo; manca infatti la votazione del parlamento libico riconosciuto, ossia l’HoR in esilio in Cirenaica, prevista (forse) per il 18 aprile.

“La guerra allo Stato islamico e ai terroristi la faranno i libici. L’Italia e la comunità internazionale aiuteranno il governo di Tripoli a stabilizzarsi, a far ripartire il paese, ma non ci saranno nuove operazioni avventate in Libia” ha detto il ministro italiano in una conferenza stampa tenuta insieme al vice di Serraj, Ahmed Maitig, elemento chiave nel portare il sostegno dei centri di influenza tripolini verso il nuovo governo.

La linea italiana resta sempre la stessa, ribadita anche in occasione della visita italiana a Tripoli, che è coincisa con l’arrivo degli aiuti umanitari per un milione di euro già annunciati dalla Farnesina (nell’incontro si è parlato di collaborazione sanitaria e di progetti infrastrutturali). Per Roma non ci saranno passi azzardati, e prima di impantanarsi nella lotta allo Stato islamico occorre stabilizzare il governo. “Le operazioni militari [contro l’IS] non verranno decise a Washington, Roma o Londra, verranno decise a Tripoli, dal governo libico” ha detto Gentiloni.

Da tempo forze speciali occidentali e uomini dei servizi segreti si trovano in Libia per lavorare contro i baghdadisti, divisi però per sfere di influenza. Per esempio, mentre l’Italia appoggia in pieno il futuro governo insediatosi a Tripoli, la Francia si pone sul lato opposto, a Tobruk, e combatte lo Stato islamico aiutando Khalifa Haftar, il generale mosso dall’Egitto. È un filo geopolitico che li tiene insieme, perché adesso il Cairo e Parigi sono partner privilegiati.

Durante la visita di Gentiloni, s’è parlato anche della riapertura dell’ambasciata, altro segnale forte che l’Italia vuole dare per sottolineare l’appoggio a Serraj (cose, la visita, gli aiuti, l’ambasciata, “che contano più delle parole” ha commentato il delegato Onu Martin Kobler). La riapertura della sede diplomatica è però una questione delicata, che seguirà alla certezza della stabilità del sistema di protezione e sicurezza nella capitale (per il momento è affidato alle milizie, coordinate dal Comitato di sicurezza del Consiglio presidenziale, e supervisionata dall’Onu). Un’ambasciata è un obiettivo troppo facile per un attentato.

Intanto oggi un’autobomba è stata fatta saltare da uomini dello Stato islamico in un check point di Misurata, città che dà sostegno a Serraj, uccidendo un poliziotto.

(Foto: Twitter, @stefanoverricchia)

Condividi tramite