Il commento dell'economista Gianfranco Polillo

C’è una tragica coerenza nella posizione tedesca. Dal conflitto aperto con le posizioni di Mario Draghi, al tentativo di imporre un limite preciso alla gestione delle banche che acquistano titoli di Stato; dal rifiuto degli Eurobond per frenare l’immigrazione, ai ritardi frapposti nel dare attuazione all’assicurazione dei depositi. Principio, quest’ultimo che fa già parte delle regole europee. Un atteggiamento che rischia di debordare in una crisi distruttiva per l’intera Europa.

È il limite di tutte quelle posizioni che hanno come riferimento esclusivo la tutela di interessi immediati. Che non hanno la forza di proiettarsi oltre la congiuntura e guardare ai tempi più lunghi. Ma proprio per questo più veri. Una Germania quindi che punta a vincere le sue battaglie, ma che alla fine è destinata a perdere la guerra. Com’è sempre avvenuto in cento anni di storia. Una maledizione, ma anche conseguenza logica di una mancata generosità. Di quella qualità che non solo nella vita degli individui, ma degli Stati, fa la differenza. E garantisce un futuro.

Ecco il limite vero di una coerenza cieca. Oggi la politica economica europea non è in grado di garantire quello sviluppo che sarebbe indispensabile. La ragione di questo insuccesso non è difficile da individuare. Esiste una contraddizione evidente tra la politica monetaria e quella di bilancio. La prima ha come obiettivo un target d’inflazione pari al 2 per cento, per combattere la deflazione. La seconda si muove in direzione contraria. Il risultato di queste spinte contrapposte produce l’immobilismo e la stagnazione.

La risposta tedesca mira a ricondurre anche la politica monetaria nell’ambito dell’ortodossia, per ricomporre un’antica unità teorica. Seppure regressiva, nella riproposizione del tema di un’austerità integrale. Nella presunzione che sono solo le forze del mercato a trainare uno sviluppo sostenibile. La polemica a difesa dei risparmiatori, penalizzati da tassi d’interesse negativi, anche se solo da un punto di vista monetario, è solo l’aspetto più evidente di questa filosofia. Che è tuttavia parziale. Ad essere penalizzati non sono solo i risparmiatori tedeschi, ma lo stesso capita agli italiani, ai francesi e via dicendo. Ma se questo si verifica, le cause vanno ricercate proprio in quel divorzio tra politica monetaria e politica di bilancio, che impedisce ogni possibilità di sviluppo.

Per risolvere questa contraddizione bisognerebbe seguire i suggerimenti del Fmi. Puntare su un sostegno alla domanda, specie da parte di quei Paesi che se lo possono permettere. La Germania, quindi, dovrebbe esercitare quel ruolo di “locomotiva” che gli Stati Uniti hanno svolto per anni. Ricavando da questa politica non solo oneri, ma anche convenienze. Le stesse che potrebbero arridere alla stessa Germania, se avesse un minimo di lungimiranza, che è figlia di quella generosità da tempo perduta.

Le scelte tedesche hanno, invece, una diversa curvatura. Puntano a difendere un surplus delle partite correnti della bilancia dei pagamenti che è pari all’8 per cento del Pil. E poco importa se questa politica, stando ai Trattati, dovrebbe dar luogo ad una procedura d’infrazione. Da questo punto di vista: nulla di nuovo sotto il sole. Come ai tempi del vecchio Giolitti, le leggi si applicano ai nemici e si interpretano per gli amici. Si impongono alla piccola Grecia, ma si grazia la Grande Germania. Che tuttavia, consapevole della sua coda di paglia, cerca di gettare la palla nel campo di Agramante.

Ed ecco allora che la presunta coerenza diventa, in effetti, un alibi. Attaccare Mario Draghi o tirare le orecchie ai Paesi che non si adeguano alla linea dell’ortodossia finanziaria significa solo difendere una posizione di oggettivo privilegio, confondendo le acque con riferimenti aulici. Un gioco che va reso evidente, andando all’essenza del problema. L’obiettivo della stabilità dei prezzi, che si invera nel target d’inflazione del 2 per cento, codificato nel Dna della Bce, è ancora un vincolo della politica europea. Se Schauble ritiene che esso debba essere rimosso e vuole preservare l’indipendenza della Bce non deve far altro proporre, alla luce del sole, una modifica del relativo Statuto. E tutti insieme vedremo, allora, come nella vecchia canzone di Jannacci, l’effetto che fa.

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