La ricostruzione di Emanuele Rossi

Mentre mercoledì tre ambasciatori europei (il francese Antoine Sivan, il britannico Peter Millet, e lo spagnolo José Antonio Bordallo) incontravano rappresentanti del futuro governo libico del premier Fayez Serraj nella base navale di Abu Setta a Tripoli, seguendo a ruota il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni, il primo occidentale a recarsi in Libia (martedì), e annunciando la prossima riapertura delle sedi di rappresentanza, da Tobruk il presidente del parlamento (HoR) Aguila Saleh coglieva una nuova occasione per criticare il governo promosso dall’Onu – che a parte qualche invettiva locale sta acquisendo giorno dopo giorno rappresentanza.

MILIZIE E ISTITUZIONI REGOLARI

“Serraj e il Consiglio presidenziale sono protetti dalle milizie”, ha detto Saleh, ossia il leader di Tobruk usa l’apparato di sicurezza attorno al futuro premier come leva per criticarlo. Questo perché nella Libia attuale la distinzione tra sfera militare e politica non è poi così netta, visto che ogni fazione, dalla più piccola alle più grandi, ha entrambe le rappresentanze. Quello che vuole Saleh è delegittimare il nuovo esecutivo dipingendolo come una continuazione del vecchio governo tripolino, appoggiato da molte milizie, anche islamiste (e sue questo calca), contro le quali dalla Cirenaica hanno sempre cercato di accreditarsi come unica entità regolare e affidabile, forti della legittimità che la Comunità internazionale attribuisce all’HoR. È per questa legittimità che spetterà alla camera guidata da Saleh a dare il via libero definitivo all’esecutivo di Serraj, se e quando l’assise si riunirà e raggiungerà il quorum (una nuova votazione è prevista per lunedì 18 aprile).

L’OSTRUZIONISMO 

Sono ormai diversi i tentativi farsa di votare, e su questo si sono concentrate le pressioni del delegato delle Nazioni Unite Martin Kobler, che ha incontrato Saleh e altri rappresentati al Cairo, ossia nel paese che fa da background al governo di Tobruk. L’Egitto ha uno storico interesse geopolitico per la Cirenaica, ricca di risorse petrolifere, e fornisce da sempre sostegno armato a quello che si fa chiamare ancora Libyan National Army (sempre per quella storia di “milizie e istituzioni regolari”), ma è ormai un ex esercito nazionale, guidato dal 2014 dal generale freelance Khalifa Haftar, già gheddafiano, rientrato in Libia dopo un lungo esilio negli Stati Uniti come collegamento armato tra l’Egitto e la sua influenza su Tobruk.

UN ATTACCO POLITICO

Dunque, quando Saleh critica il sistema di protezione di Serraj, che è effettivamente basato per il momento sulle milizie tripoline e misuratine (coordinate da un Comitato temporaneo di sicurezza del Consiglio presidenziale, gestito a sua volta a distanza dall’Onu), fa una critica politica. Infatti contemporaneamente chiede, come primo passo perché il suo parlamento chiuda la votazione favorevolmente, la cancellazione dell’articolo 8 dell’accordo di Skhirat (LPA, il quale ha dato il via al processo che ha portato Serraj a Tripoli), che è quello che affida al Consiglio presidenziale il potere sulle forze armate. Allo stesso tempo ha definito Haftar una “red line”, una linea rossa oltre la quale l’intesa rischia di saltare (almeno a parole). Oltre al potere, dal mondo militare passeranno soldi: la Libia è sotto embargo per il commercio di armi, ma è molto probabile che una volta ricostituito il governo unitario, l’esecutivo chiederà subito lo sblocco delle sanzioni per riarmare e ricostruire l’esercito e le forze di polizia. Operazione che richiederà il supporto internazionale, con consulenze e rapporti, che porteranno il mondo delle forze armate ad essere uno dei legami del paese con l’Occidente (insieme al petrolio della Noc e agli investimenti della Lia).

CAIRO E PARIGI DANNO PESO A SALEH

Sono posizioni forti, che però non sarebbero sorrette da un reale consenso, se non fosse che dietro a Saleh c’è lo spettro egiziano, con una relazione che in Occidente trova sponda a Parigi. I francesi tengono aperta l’opzione Haftar come pegno per il rapporto sempre più stretto con il Cairo, come leva per giocare influenza in Libia e come lancia per colpire lo Stato islamico da est; i baghdadisti restano il principale tra gli interessi ufficiali dell’Europa sulla Libia. Mattia Toaldo, analista italiano tra i più esperti al mondo sulla crisi libica, ha spiegato al Foglio che oltre a quello franco-egiziano con Haftar, ci sono altri due “piani proposti da forze locali per dare l’assalto a Sirte, capitale del gruppo terrorista in Libia. Uno è affidato a Salem Joha, un ex comandante dell’esercito che ha agganci nelle milizie a Misurata. Un secondo è stato avanzato dalle milizie islamiste che fanno capo al tripolino Abdel Hakim Belhaj“, entrambi collegati ai miliziani dell’ovest, che rappresentano anche l’attuale sistema di sicurezza di Serraj.

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