La ricostruzione di Zeffira Zanfagna

Alla vigilia del più volte rimandato incontro tra investigatori egiziani e inquirenti italiani, Repubblica ha ricevuto alcune e-mail – in cui l’inglese, condito con qualche parola in italiano, si alterna all’arabo – che sembrano fare luce sull’intricato caso della morte di Giulio Regeni.

L’Anonimo punta il dito contro il Generale Khaled Shalaby, capo della Polizia criminale e del Dipartimento investigativo di Giza, il distretto in cui Giulio è scomparso. L’autore non si firma, resta anonimo, ma fornisce alcuni dettagli, sulle torture inflitte al ricercatore, prima d’ora mai rivelati e conosciuti solo dagli inquirenti italiani. Però fonti della procura romana hanno definito “priva di rilevanza giudiziaria” l’email riportata ieri da Repubblica secondo la quale Regeni sarebbe stato ucciso dai servizi segreti del Cairo.

Ma chi è Khaled Shalaby?

LE E-MAIL RICEVUTE DA REPUBBLICA

“L’ordine di sequestrare Giulio Regeni – scrive l’Anonimo – è stato impartito dal generale Khaled Shalaby […] “Fu Shalaby, prima del sequestro, a mettere sotto controllo la casa e i movimenti di Regeni e a chiedere di perquisire il suo appartamento insieme a ufficiali della Sicurezza Nazionale. E fu Shalaby, il 25 gennaio, subito dopo il sequestro, a trattenere Regeni nella sede del distretto di sicurezza di Giza per ventiquattro ore”, si legge su Repubblica.

Il Generale Shalaby fa parte del Mabahith Amn ad-Dawla, i servizi segreti del Ministero degli Interni egiziano, osteggiati dagli attivisti che dopo la deposizione di Mubarak ne ottennero lo scioglimento, per poi vederli rinascere sotto il nome di Al-Amn al-Watani, Homeland Security.

Informazioni riguardo la carica rivestita a parte, in rete è praticamente impossibile rintracciare notizie biografiche, ufficiale e ufficiose, del numero uno dei servizi di sicurezza interni egiziani.

I CAMPANELLI DI ALLARME DI AL-AHRAM

Domenica 3 marzo Mohammed Abdel-Hadi Allam, il direttore di Al-Ahram – noto quotidiano egiziano – ha scritto un editoriale in cui ha sottolineato la necessità di fare chiarezza su un caso che sta infangando l’immagine dell’Egitto e che potrebbe generare un altro fenomeno “Kulluna Khaled Said” (siamo tutti Khaled Said) – il giovane attivista picchiato a morte ad Alessandria, nel 2010 – che poi è diventato uno degli slogan dei giovani di Piazza Tahrir e, più in generale, delle Primavere arabe. Il direttore ha invitato Il Cairo ad “annunciare con trasparenza le attività trovate o le dimissioni dei negligenti che sono responsabili direttamente di questo incidente, per salvare la reputazione dell’Egitto, il suo posto e la sua credibilità sul piano internazionale”.

Pochi giorni prima, sempre Al-Ahram, aveva pubblicato un articolo, seppur vago, sul possibile coinvolgimento dei servizi segreti – di cui Shalaby fa parte – nella morte del giovane italiano.

Il 27 marzo, Osama Ghazali Harb, altra firma del quotidiano, in un editoriale ha scritto che, sebbene inizialmente avesse creduto che il Generale Magdi ‘Abd Al-Ghaffar – Ministro dell’Interno egiziano, a cui Shalaby risponde – fosse estraneo al caso, si era in seguito ricreduto. Ghazali ha proseguito invitando il Ministro a dimettersi “al fine di preservare la reputazione dell’Egitto e del suo regime politico”, si legge sul sito del Middel East Media Research Institute.

IL CASO DI FARID SHAWKI ABDEL-AL

Nel 1999, quando rivestiva l’incarico di tenente colonnello presso il distretto di Montazah, Shalaby e altri altri tre poliziotti torturarono, fino a ucciderlo, Farid Shawqi Abdel-Al, un uomo che detenevano perché sospettato di aver rapinato un appartamento, scrive l’agenzia di stampa The Associated Press, basandosi sui documenti forniti dai due legali di Abdel-Al, Tarek Khater e Mahmoud Albakry Alafifi.

Gli imputati, Shalaby compreso, si difesero affermando che Abdel-Al era morto per via delle ferite che si era procurato sbattendo la testa contro un palo, mentre tentava di scappare. Secondo The Associated Press, invece, le cose andarono in tutt’altra maniera. Shalaby e soci costrinsero i familiari di Abdel-Al a seppellire il corpo del defunto, per evitare che un’eventuale autopsia potesse far emergere la verità sulla sua morte. Disseppellito e sottoposto per l’appunto ad autopsia, emerse che Abdel-Al era stato prima preso a pugni sul volto e poi strangolato.
In primo grado di giudizio i quattro furono dichiarati non colpevoli, ma in seguito a un ricorso, nel gennaio del 2003, la Corte di Cassazione riaprì il caso. In secondo grado, infatti, Shalaby e altri due dei tre poliziotti coinvolti furono dichiarati colpevoli. Questi ultimi, tra l’altro, furono accusati anche di aver falsificato le registrazioni in cui si dichiarava l’orario dell’arresto di Abdel-Al, al fine di supportare la loro versione dei fatti. Condannati a un anno di prigione, i tre non scontarono mai la pena e il giudice della Corte competente giustificò la sospensione della condanna poiché “era suo intento dare loro l’opportunità di tornare a un comportamento corretto […] dal momento che le loro storie e le circostanze in cui il crimine si era svolto lasciavano intendere che non avrebbero più violato la legge”, riporta The Associated Press.

IL CASO DI YOUSSEF SHAABAN

Farid Shawqi Abdel-Al non fu l’unica vittima dei metodi poco ortodossi di Shalaby.

Secondo la testimonianza del suo legale – l’avvocato esperto di diritti umani Ahmed Mamdouh – riportata da The Associated Press, nel 2010 il generale arrestò Youssef Shaaban, un giovane giornalista accusato di essere in possesso di droga. In realtà, l’arresto non aveva niente a che fare con le motivazioni espresse da Shalaby; piuttosto, il giornalista pagò per aver partecipato alle manifestazioni in sostegno di Khaled Said. L’avvocato Mamdouh, per un breve periodo, fece anche sciopero della fame, per accusare Shalaby di aver inventato l’infondata accusa a carico di Shaaban, così da farlo tacere sulla questione Khaled Said.

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