Conversazione di Formiche.net con Michela Mercuri che insegna Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata

Quando il governo libico guidato da Fayez al-Sarraj si è insediato alla fine di marzo a Tripoli, nessuno avrebbe scommesso che in pochi giorni sarebbe riuscito ad avere il consenso dei più importanti attori della comunità locale. La circostanza ci induce a pensare che potrebbe stabilizzarsi. E’ chiaro però che non dobbiamo fermarci qui, che dobbiamo supportarlo. Altrimenti – al primo soffio di vento – rischia di cadere”. Michela Mercuri insegna Storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata. In questa conversazione – realizzata a margine di un incontro organizzato da Luiss Business School ed Agol sul ruolo dell’Italia nel Mediterraneo – racconta a Formiche.net quali siano gli scenari che si aprono il Libia dopo il varo del nuovo governo.

Professoressa, a questo punto l’opzione militare diventa più probabile?

L’esecutivo Sarraj è nato con il compito specifico di adire la comunità internazionale per chiedere un intervento diretto, che potrebbe poi consistere in diverse tipologie di azioni. Ad esempio, una stabilizzazione che comprenderebbe anche un’azione contro lo Stato Islamico oppure la messa in sicurezza dei siti sensibili o ancora l’addestramento di milizie locali. Dipenderà da cosa Sarraj chiederà alla comunità internazionale.

Sta dicendo che verranno messi gli scarponi sul terreno?

Il governo Sarraj ha la legittimità di scegliere cosa chiedere. Qualora dovesse chiedere interventi di questo tipo, sicuramente ci sarà una presenza sul terreno.

L’Italia dovrebbe prendere parte a questi interventi?

Non c’è dubbio che debba parteciparvi. L’Italia ha lavorato molto per far nascere e stabilizzare il governo Sarraj. Proseguire in questa direzione è un compito che spetta a noi.

E’ necessaria una risoluzione in tal senso da parte delle Nazioni Unite?

A mio avviso l’intervento dovrebbe essere effettuato da una coalizione internazionale formata da tutti i Paesi fin qui coinvolti nello sforzo di stabilizzare la Libia. E’ imprescindibile che ci sia una risoluzione dell’Onu a legittimare la coalizione. Questa è la “conditio sine qua non” per esperire qualsiasi tipo di azione successiva. Finora le potenze europee si sono mosse in ordine sparso, in Libia come in Egitto.

Un esempio al riguardo è la Francia. Che interessi sta perseguendo Hollande?

Forse è un po’ banale ma la risposta non può che essere questa: la Francia sta perseguendo i suoi interessi economici. Sta agendo in contrasto con i desiderata italiani e con quella che dovrebbe essere una linea comune. In Libia – nella zona della Cirenaica – sostiene il generale Khalifa Belqasim Haftar perché a Tobruk ci sono numerose riserve di petrolio ancora inesplorate sulle quali la Francia ha già avviato le sue attività. La stessa cosa accade per l’Egitto.

Formiche.net ha raccontato tutti gli affari in corso tra Hollande e al-Sisi (qui l’approfondimento). La questione sono sempre i soldi?

Certo, la Francia in questo momento ha un interscambio commerciale con l’Egitto di 2,5 miliardi di euro l’anno mentre l’Italia di 5 miliardi ma vogliono incrementarlo soprattutto nel settore degli armamenti. Non a caso Hollande si è recato in visita al Cairo con sessanta imprenditori francesi. Per fare un esempio, nel 2015 la Francia ha venduto all’Egitto – che ha pagato con soldi sauditi – 24 aerei Rafale per un valore totale di oltre 5 miliardi di euro. Questo ci dà un po’ la cifra di quali siano gli interessi e le mire francesi nell’area.

E’ ancora accettabile che ci siano stati come la Francia che si muovono in modo unilaterale senza coordinarsi con la comunità internazionale?

E’ la prova provata che l’interesse nazionale prevale in questo momento sugli interessi delle alleanze. Esistono alleanze che vanno avanti da oltre mezzo secolo ma è del tutto evidente come l’interesse nazionale – economico o di altra natura – prevalga.

Torniamo ad Haftar. Che partita sta giocando?

Haftar non ha ancora riconosciuto il nuovo governo Sarraj con il quale finora si pone in contrapposizione. La considerazione al momento è obbligata: in Libia esistono due governi e – a meno che non si vengano a creare condizioni particolarmente favorevoli – difficilmente riusciremo ad avere un accordo per un esecutivo unitario. A Tobruk quello di Haftar è di tipo laico mentre Tripoli quello ufficiale di Sarraj che ha una forte connotazione islamica.

Quanto è radicato Isis in Libia?

Rispetto ad altri Paesi quali la Siria e l’Iraq, l’Isis in Libia è numericamente inferiore e meno potente. In questo momento ci sono a Sirte tra i 3.000 e i 5.000 combattenti dello Stato Islamico. Sono abbastanza radicati sul territorio ma sicuramente possono essere limitati da un’azione internazionale. D’altronde, l’Isis in Libia è la risultante di una cambio di casacca delle vecchie milizie che prima erano nella zona di Derna o di Sirte. Le 140 tribù che compongono la Ligia non hanno alcuna intenzione in linea generale di affiliarsi allo Stato Islamico. Dunque possiamo dire che la forza di Isis in Libia è inferiore anche se ovviamente sempre preoccupante e minacciosa.

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