Nell’anniversario del disastro di Chernobyl, molto si scrive sulle sue ricadute ambientali e tecnologiche, rischiando di trascurare le sue significative conseguenze politiche, sia per la statualità dell’Ucraina che per il sistema internazionale di non proliferazione nucleare. Proprio quest’ultima prospettiva è stata affrontata in una conferenza organizzata dal governo ucraino al Politecnico di Kiev, il 22 aprile scorso.

Un elemento di primaria importanza per spiegare l’impatto politico ed emotivo del disastro sulla popolazione ucraina è la sua origine, la cui natura è più umana che tecnica. “Nell’aprile del 1986, l’ordine delle autorità da Mosca era quello di diminuire la potenza del reattore di Chernobyl nelle ore notturne – spiega Viktor Baryakhtar, membro dell’Accademia nazionale ucraina delle scienze – ma il modo in cui questa operazione fu condotta violò le più elementari norme di sicurezza, aumentando l’instabilità del reattore stesso”. In pratica, fu tentata una sperimentazione ma, al manifestarsi delle prime anomalie, non si diede retta a quei tecnici che suggerivano di spegnere il reattore. “I dirigenti scelsero di continuare la procedura, provocando ben due esplosioni ed enormi emissioni di materiale radioattivo. Praticamente, furono i quadri del partito a ordinare la catastrofe. Sorprende che nessuno dei tecnici ucraini si fosse, all’epoca, opposto”, sottolinea Baryakhtar. “Nel campo nucleare, la competenza è estremamente importante: circa il 70% degli errori nelle centrali hanno origine umana. E ogni errore è un grosso rischio”, conclude.

“Il disastro di Chernobyl non derivò da un attacco militare, né da un atto terroristico. Fu un errore della dirigenza sovietica, peggiorato dalle bugie che il Partito comunista raccontò alla popolazione sulla gravità dell’accaduto” – rincara la dose Yuriy Scherbak, membro del Presidium dell’Ukrainian Peace Council. “L’imperativo di impedire la libertà di espressione, e quindi anche di allarme, prevalse sull’esigenza di tutelare la salute della popolazione”. Quando le menzogne vennero allo scoperto, l’indignazione fu tale da portare alla nascita, in Ucraina, di un nuovo movimento di opposizione e di organizzazioni civili che si sarebbero trasformate in partiti politici ben distinti dalle articolazioni territoriali del Pcus. Fu una spinta importante lungo il cammino dell’indipendenza. “Del resto, gli Ucraini non avevano deciso l’installazione della centrale a Chernobyl, né producevano armi nucleari, ma rimasero vittime delle decisioni di altri”, sottolinea Scherbak. “Le proteste furono tali che nel 1990 si arrivò alle prime elezioni parzialmente libere. Inoltre, Chernobyl richiamò l’attenzione del mondo intero sull’esistenza stessa, all’interno dell’Urss, dell’Ucraina”.

Lo shock provocato dall’incidente è una variabile fondamentale anche per comprendere tutte le scelte non nucleari compiute dall’Ucraina post-sovietica, che ha abbracciato in pieno i tre principi di non proliferazione, non acquisto e non vendita di armi nucleari che sono alla base del Trattato del 1968. Alla dissoluzione dell’Urss, infatti, rimasero sul territorio ucraino le bombe Rs-18 e Rs-22, dieci volte più potenti degli ordigni di Hiroshima e Nagasaki, oltre a svariate armi tattiche e a due scudi nucleari: di fatto, l’Ucraina era la terza potenza nucleare del globo. Ma il primo Presidente della nazione indipendete, Leonid Kravchuk, scelse di trasferire alla Russia tutte le armi ex-sovietiche: col memorandum di Budapest, 1994, l’Ucraina rinunciò alle armi nucleari, ricevendo in cambio l’impegno degli altri firmatari, tra cui il governo di Mosca, a rispettare la sua indipendenza politica e la sua integrità territoriale.

Solo vent’anni dopo, si sono rivelati tutti i drammatici limiti dell’accordo: di fronte all’occupazione russa della Crimea, molti in Ucraina hanno rimpianto il gesto di Kravchuk, in quanto avrebbe privato il Paese di un efficace mezzo di deterrenza. Tuttavia, Viktor Baryakthtar insiste nel difendere la scelta: “Di fatto, non avevamo un sistema per la manutenzione dell’arsenale, o per un’eventuale sua riparazione. Inoltre non c’era motivo di tenere queste armi e, men che meno, usarle. La loro progressiva obsolescenza sarebbe stata una minaccia ancora maggiore della centrale di Chernobyl. Non dimentichiamo poi che, in cambio del supporto al regime di non proliferazione, gli Stati Uniti diedero all’Ucraina un indennizzo pari a un miliardo di dollari, tutti spesi per costruire infrastrutture per il riscaldamento delle abitazioni civili, più che mai necessarie alla popolazione. La Russia, dal canto suo, garantì tre anni di carburante gratuito, permettendo all’Ucraina di fare fronte alle grosse carenze della rete elettrica ereditata dall’Urss”.

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