“La Cina non è un’economia di mercato e l’Unione Europea deve contrastare qualsiasi concorrenza sleale di Pechino dopo l’11 dicembre 2016, quando secondo il protocollo di accesso al Wto, saranno previsti cambiamenti nelle inchieste di difesa commerciale”. La risoluzione del Parlamento europeo è pronta e verrà votata domani a Strasburgo.

Il cambio di passo è stato imposto dal Gruppo dei Socialisti e Democratici che sono riusciti a superare le resistenze dei conservatori e dei liberali ed hanno messo nero su bianco una risoluzione che impegnerà l’Europa a non concedere lo status di economia di mercato a Pechino perché “la Cina sovvenziona le sue aziende, non è trasparente per quanto riguarda gli aiuti di Stato e offre prezzi bassi delle esportazioni ‘chiaramente’ non determinati dalla domanda e dall’offerta”. E non solo: la capacità produttiva in eccesso della Cina alimenta “le esportazioni a basso costo verso l’Ue che crea un danno economico, in particolare per il mercato siderurgico, dove centinaia di migliaia di lavoratori temono per il loro lavoro”.

Per questo serve che la Commissione europea elabori rapidamente “una nuova proposta per contrastare il dumping”. Lo ha chiesto durante il dibattito l’inglese Emma McClarkin del gruppo dei Conservatori e Riformisti europei. Stesso accento posto anche dall’eurodeputata Marietje Schaake del gruppo liberale Alde, mentre Helmut Scholz del gruppo Gue, il partito che riunisce l’anima socialista e comunista con quella degli ecosocialisti del Nord Europa, ha insistito sulla “reciprocità” tra Cina e Europa che “adesso non c’è”. Critici anche i Verdi con Reinhard Butikofer mentre Marine Le Pen del gruppo Europa delle Nazioni e delle libertà ha criticato duramente la politica irresponsabile “di aprire le frontiere” e confermato un no netto alla Cina che potrebbe “portare conseguenze catastrofiche per l’intera economia europea”.

“Dobbiamo dire chiaramente che nonostante i progressi fatti la Cina oggi non è un’economia di mercato a causa del dumping ambientale e sociale, se fosse riconosciuto lo status di economia di mercato si perderebbero milioni di posti di lavoro nell’intero comparto manifatturiero”, ha sintetizzato il capogruppo socialista Gianni Pittella. Mentre Daniel Caspary, responsabile del commercio per il Partito Popolare europeo “la partnership con la Cina è estremamente importante, ma dobbiamo agire con urgenza per essere sicuri che gli strumenti di difesa commerciale della Ue siano rafforzati: Il Ppe ritiene che non deve esserci alcun riconoscimento automatico e che la Commissione debba identificare strumenti difensivi che possano essere applicati per proteggere la siderurgia e altri settori contro la concorrenza sleale”.

Tutti uniti, dunque in una battaglia dall’esito ancora incerto anche perché, come ha spiegato l’eurodeputato del M5S David Borelli “non vogliamo che l’Europa sia ostaggio di una trappola giuridica, che il Wto sia un luogo di ricostruire dei reciproci interessi. Non c’è alibi per la Cina, non c’è altra via per l’Europa”.

Il voto di Strasburgo viene poi alla vigilia del Consiglio Europeo degli Affari Esteri che si svolgerà venerdì 13 a Bruxelles e che segna anche il debutto di Carlo Calenda come nuovo responsabile del Ministero dello Sviluppo Economico. Le cui posizioni sono chiare e nette. La Cina – un importante partner economico, politico e commerciale – non è un’economia di mercato. E non lo è né di fatto – basta guardare a quanto sta accadendo sul mercato siderurgico, altro dossier di cui si parlerà – né di diritto. La Cina pur essendo stata ammessa dal 2001 al Wto a tutt’oggi soddisfa solo uno dei cinque criteri fissati da Bruxelles per vedersi riconosciuta come economy market status.

Il cammino è ancora lungo con la Commissione che sarà chiamata ad elaborare una proposta entro l’estate. Ma di certo il no del Parlamento europeo peserà anche sul paper che gli uffici del commissario al Commercio, Cecilia Malmstrom, stanno preparando proprio in questi giorni.

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